Archivio Giugno 2008

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Ho 36 anni e non mi piace essere chiamata giovane. Sono stata fortunata nella vita, perchè ho potuto studiare quello che volevo e fare quello per cui avevo studiato. Tecnica aziendale, Scienze Religiose e una lunga avventura nell’Azione Cattolica mi hanno dato strumenti per fare tante cose: ho insegnato, organizzato, vegliato e misurato. Ho venduto. Ho accolto, rifiutato e telefonato. Soprattutto, ogni volta che ho voluto, ho potuto anche scegliere di andarmene e fare altro. Attraverso ogni esperienza ho appreso e ho raccontato. Le ultime due cose continuo a farle e mi piace molto, ma non credo siano un lavoro, anche se mi mantiene: testimoniare non è una professione, è un modo di guardare il mondo, per me il solo possibile, anche quando le bollette le pagavo in altri modi. Sono vegetariana, non mi sono mai rotta un osso, vorrei imparare a ballare il tango e un giorno vorrei poter raccontare a mio figlio chi era Danilo Dolci. C’è tempo. Vivo in Sardegna, ma vado continuamente in quel che faccio, come dice Filippo. E c’è di buono che anche lontano dalla Sardegna riesco a sentirmi a casa, perchè ha ragione Fiorella: questa terra è la mia terra sempre, la gente è la mia gente, ovunque. Nel 2006 ho pubblicato per la ISBN edizioni Il Mondo deve sapere, il diario tragicomico di un mese di lavoro alla Kirby. Nel 2007 ho collaborato alla stesura del soggetto e della sceneggiatura cinematografica del film Tutta la vita davanti, ispirato al libro. Nell’arco degli ultimi due anni ho scritto per Marie Claire, Diario, L’Espressoil Manifesto, Formiche, PeaceReporter, Argo. Ho una rubrica fissa sulle riviste Epolis e L’Arborense, e collaboro con JobTalk, il blog sul lavoro del Sole24Ore. Ho partecipato all’antologia sull’identintà sarda Cartas de Logu, curata da Giulio Angioni e edita dalla CUEC. A maggio è uscita per i Tascabili Einaudi Viaggio in Sardegna – undici percorsi nell’isola che non si vede, una guida narrativa per perdersi in Sardegna inserito nella collana Geografie. Sono al lavoro su un nuovo romanzo per ISBN che uscirà alla fine dell’anno in corso. Tornando al libro "Il mondo deve sapere" – edizioni ISBN Milano, non è un libro di denuncia. Non è un libro di sinistra. Non è un libro di protesta sul precariato. Non è una sit com sui call center. Non è un libro per dare addosso alla Kirby. Non era neanche un libro, in origine. Era il mio blog tematico sul lavoro che facevo. Certo, se un blog può diventare un libro, può darsi anche che il libro – che non era nessuna di quelle cose elencate – possa poi diventarle tutte. Affidare un testo al lettore è dargli insindacabile diritto di interpretarlo come gli pare e piace. Per me Il Mondo deve sapere è sempre stato una lettera a Silvia, scritta come gliela avrei raccontata se l’avessi avuta davanti, su quali siano i frutti di un certo modo di pensare la persona, al lavoro o altrove. Alimentare l’equivoco che si tratti di un libro "di sinistra" serve solo ad illudere il 50% degli italiani sul fatto che i libri che parlano di lavoro precario riguardino l’altro 50% della gente. C’è la denuncia? No, le denunce si fanno ai magistrati con nomi e cognomi, non alle amiche o agli editori. C’è invece il racconto di un mondo che si critica da solo semplicemente esistendo. Se raccontarlo ne mette in luce le assurdità, allora il mio libro è una critica. Se poi c’è la risata, è perchè io amo ridere mentre penso. Pensare a muso duro genera brutte idee, brutte azioni e probabilmente anche brutti libri. Scegliere di pubblicarlo è stata una delle cose più difficili che ho mai dovuto decidere, perchè scrivere di lavoro dove lavoro non ce n’è non è come scrivere di qualunque altra cosa. E’ una scelta che si paga, tanto più cara quanto più sei vicino alla realtà che racconti. Raccontare quello che ho vissuto in modo sferzante, brutale perchè reale, ha messo in gioco una serie di dinamiche che non ha portato all’aumento del numero dei miei amici. Meno male che quelli che avevo mi sono rimasti. I miei editori hanno certamente compreso questa tensione quando mi hanno offerto la scelta di pubblicare anonima, ma io non ho accettato, perchè non voglio vergognarmi di raccontare quello che tanti altri non si vergognano di fare. La vera vergogna è che non ci sia abbastanza gente a raccontarla, questa storia silenziosa. Il popolo che parla al telefono per mestiere, fuori dai call center non ha voce alcuna. Dal libro è stato tratto uno spettacolo teatrale e un film, Tutta la vita davanti, diretto da Paolo Virzì. Michela Murgia

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