di Valentina Lisci

“La divinità primordiale fu femmina, una Dea nata da se stessa, donatrice di vita, dispensatrice di morte e rigeneratrice. Univa in sé la vita e la Natura. Il suo potere era nell’acqua e nella pietra, nei tumuli e nelle caverne, negli animali, uccelli, serpenti, pesci, nelle colline, negli alberi e nei fiori.”

Con queste parole, l’archeologa lituana Marija Gimbutas sintetizza la possibilità di reinterpretare la storia che conosciamo, soprattutto per quanto riguarda la sfera religiosa. Non un Dio Padre creatore dell’universo veniva adorato dai nostri antenati, ma una Dea Madre, fertile, pingue, generosa, come ci illustra la ricca statuaria pervenutaci, che dipinge una divinità femminile dai fianchi e dai seni prosperosi e dal ventre gravido.  Il lavoro della Gimbutas, ancora, ahimè, misconosciuto per gran parte, è teso a dare una legittimità storica, archeologica e antropologica al culto di una divinità femminile già a partire dal tardo paleolitico e per tutto il corso del neolitico. Gli studi della Gimbutas nascono nella sua amata terra di origine, la Lituania, e trovano sorprendenti corrispondenze un po’ ovunque nella cosiddetta “Vecchia Europa”, anche in Sardegna, luogo in cui la medesima archeologa effettuò alcuni scavi. Nell’Isola un centinaio di ritrovamenti di piccole statuette perlopiù funerarie ci raccontano di una divinità donna.  Pettinature elaborate, sguardo severo, lineamenti del viso appena abbozzati, seni preminenti, fianchi larghi. Chi era questa Dea? Che cosa rappresentava per i nostri progenitori?  Era una divinità che in primo luogo generava per partenogenesi,  “nata da se stessa”,  non aveva bisogno della presenza maschile. Il suo potere si poteva riscontrare in ogni essere e in ogni fenomeno naturale, nelle pietre e nell’acqua, negli animali e nei fiori.  A essa erano legate tre fortissime accezioni: la vita, la morte e la rinascita.  Essa era dispensatrice di vita, in grado di risvegliare la terra dopo le angustie dell’inverno, di offrire nutrimento agli uomini, di far sbocciare i prati, di rischiarare i cieli, di favorire la fertilità degli animali. I suoi seni, tanto cari a questi primi formidabili scultori, gorgheggiano di vita: non a caso la Dea li protegge, li nasconde tra le mani, come se in essi custodisse un tesoro prezioso. Essa è divinità di morte, accompagna il trapasso, guida il defunto nel suo viaggio nell’aldilà. È una Dea Civetta che vigila sul sonno dei morti, là in quel mondo dove i mortali più nulla possono. Ecco il fiorire di rappresentazioni sublimi di questa divinità della morte, come quella posta all’ingresso della Domus de Janas di Corongiu, a Pimentel, che esemplifica lo sguardo della Dea, i due occhi a spirale che sorvegliano l’ingresso nell’Ade, le linee a zig zag che riecheggiano le onde di un corso d’acqua, di un fiume da attraversare per passare a miglior vita, su cui scivolano veloci alcune forme stilizzate di barchette.  Linee che diventano nuovamente simbolo di vita, di una Dea che è possibilità di rinascita, di rigenerazione. La medesima vita inizia con una spirale, proprio come gli occhi della Dea: l’elica del Dna! La “casa delle fate”, in cui dormivano i defunti adagiati in posizione fetale, altro non rappresentava che un enorme utero in cui si attendeva una nuova vita. La Dea accompagnava l’intero ciclo di vita degli uomini, dalla nascita alla morte, fino alla rinascita. Nulla muore, tutto si trasforma: una lezione che i nostri antenati avevano ben appreso da Madre Natura, con il quale intrattenevano un legame viscerale di cui a noi rimane solo atavica memoria.
Ma cosa ne è stata di questa Divinità femminile che ha imperato per tutto il Neolitico? Alcune ipotesi ci suggeriscono l’arrivo di popolazioni indoeuropee, quelle che la Gimbutas chiama “Kurgan”, portatrici di valori, culti, divinità molto diverse da quelle che avevano caratterizzato la culla della Dea sino ad allora. Inizia così una lotta per il dominio sulle anime: la divinità femminile si trova a fronteggiare nuove divinità maschie e bellicose. Una battaglia destinata a fallire.  La Dea e le sue sacerdotesse vengono sottoposte a un lento -ma efficace- processo di demonizzazione  di cui conserviamo testimonianza attraverso una mole consistente di racconti e leggende: Medusa, Luxia Arrabiosa, Maria Mangrofa, Sa Mama e Su Sole, Sa Mama e Su Bentu, le Panas, le Surbiles, le Cogas…. tutti esseri da cui stare decisamente alla larga.  Ma per lo stesso principio per cui nulla muore, tutto si trasforma, anche l’antica Dea, Madre del genere umano, Madre del divino per eccellenza, non scompare:  la sua maestosa presenza ancora oggi domina sulle nostre piazze e addolcisce i nostri luoghi di culto. A voi la ricerca.



8 Commenti to “IL CULTO DELLA DEA MADRE IN SARDEGNA: QUANDO LA DIVINITA’ ERA DONNA”

  1.   ZORRO Says:

    All’origine tutto è donna! Ma piantamola con questa Società Matriarcale, che mai è esistita, poichè la donna mai da sola può generare se stessa. Diverso è il discorso del ruolo della donna e della madre all’interno della Civiltà dei Sardi: rispettata e venerata, come fosse una dea. Da lei dipendevano Salute e Prosperità. Anche il ruolo di Sacerdotessa è inserito in un contesto di società dove il ruolo di difesa del clan e di procaciamento del cibo veniva affidato ai maschietti. Con la nascita dell’Agricoltura, si dice che la donna assolve un ruolo di primaria importanza. Nè più e nemmeno come fino al dopoguerra, dove a seminare (l’aratura era invece qualcosa di sacro al quale i maschietti mai rinunciavano!), a zappare, a messai e ad regolli spigasa (is spigadrixis) ci andavano perlopiù le donne. Inoltre una domanda per l’articolista: come si fà a non pensare donna/dea mater/luna e toro/sole/acqua, come elementi dalla cui combinazione nascono luce e quindi vita e dalla quale tutto nasce, nulla si distrugge e tutto si trasforma?

  2.   Valentina Lisci Says:

    Ciao Zorro,
    premesso che non mi piace dialogare con chi si nasconde dietro un nickname, ti faccio alcune osservazioni:
    - prima di tutto non si sta parlando di società matriarcali, ma di divinità femminile: ricordiamoci che dal punto di vista antropologico il concetto di matriarcato è superato, mentre si può parlare di matrifocalità;
    - in secondo luogo l’articolo non nega la presenza di una divinità maschile, ma asserisce la grande importanza di quella femminile, come detentrice della vita, della morte e della rigenerazione. La donna non può generare da sola, ma il suo ruolo nella riproduzione è triplo rispetto a quello maschile, dal momento che la vita la porta in grembo per 9 mesi senza contare il successivo discorso di nutrimento e allattamento.
    - non si può parlare di “sacerdotesse”; in generale e di “clan”; altrettanto generali, perchè nella storia dell’umanità ce ne sono stati di centinaia di tipi! e poi come fai a sostenere che le donne rimanevano al tempio e gli uomini si occupavano della difesa? Cita le fonti. Io ho citato quelle della Gimbutas, che per quanto superate in certi punti rimangono fonti.
    La tua frase di conclusione mi trova totalmente d’accordo, ma non in una democrazia in cui 50% vanno al dio e 50% vanno alla dea ma in un rapporto 10 e 90% rispettivamente, se si potesse quantificare la relazione.
    Grazie dell’attenzione!

  3.   Maya Says:

    Semplicemente complimenti.
    Sono d’accordo con ogni mio atomo.
    E questa è la ricerca che ogni donna, dentro e fuori dovrebbe fare… per riappropriarsi di tutto ciò che
    vive, addormentato, sotto cumuli di società del Potere Mascolino e Raziocinante.
    Evviva il Femminino, evviva l’Uomo che sa e permette ed una donna di essere così.
    Con stima.
    Maya.

  4.   Damiano Sanna Says:

    Mi piacerebbe saperne di più sulla mitologia sarda e sopratutto sulle divinità femminili, in specie quelle legate alla natura, all’agricoltura e alla fertilità. Ci sono, per esempio dei nomi precristiani, delle nostre divinità, prima che venissero demonizzate dalla nuova cultura patriarcale?

  5.   Marina Says:

    Che bello, speriamo che la verità emerga. In tutta Europa sono state trovate statuette di idoli con tratti femminei risalenti alle epoche che vanno da 20000 a 4000 – 3000 anni prima di Cristo.

  6.   Ivan Monni Says:

    Ciao bellissimo articolo,

    mi sorge un dubbio riguardo alle teorie della Gimbutas, la dea madre/società pacifista; popolazioni kurgan maschiliste/società bellicose.

    Questo dovrebbe dimostrare che la dea madre in Sardegna sia avvenuta nel periodo preistorico/occidentale, tirrenico, per dirla con Pittau… mentre gli Shardan, che adoravano il toro ed erano bellicose, potrebbero essere di provenienza kurgan?

    Nel caso fosse valida questa teoria, ci sono differenze temporali tra il culto della dea e il culto del toro, oppure hanno convissuto sin da principio?

  7.   Simone Says:

    Davvero incredibile; quando scoprii per la prima volta che in Sardegna e probabilmente in tutta l’europa occidentale si adorava la dea madre e il dio toro rimasi veramente stupito di non averlo mai letto in un libro di storia; e ancora mi dovevo stupire infatti poco tempo dopo scoprii il pozzo di Santa Cristina, monte d’accoddi e tutti i “classici” della Sardegna Nuragica e prenuragica. Davvero un’isola pazzesca che dobbiamo impegnarci a far conoscere in tutto il mondo per i suoi tesori! Ah e non dimentichiamo i giganti di monte prama (incredibili!!)

  8.   Francesca Says:

    Salve, dove è stata scattata questa bellissima foto? Grazie :)

Lascia un commento

Codice di sicurezza: