ph: Simona Atzori

di Ino Matta

Simona Atzori nasce a Milano nel 1974. Ma le sue origini, come lei stessa tiene a precisare, sono sarde (di Serramanna il padre e di Suelli la madre) e lei sente intensamente il suo legame con la Sardegna, dove sin da bambina trascorreva le sue vacanze. «Sento scorrere dentro di me l’identità isolana», dice, «è qualcosa che considero una grande ricchezza e che mi riempie di orgoglio. Penso di avere dentro di me quella forza incredibile che solo le donne sarde hanno».

Simona inizia a dipingere all’età di quattro anni, naturalmente con i piedi, entrando poi a far parte, quattro anni più tardi, della Vdmfk, l’associazione dei pittori che dipingono con la bocca e con il piede. All’età di sei anni comincia anche a danzare. La danza e la pittura sono le sue due ali, come lei stessa ama ripetere in ogni intervista. Nel 2001 si è laureata alla “Visual Art” presso la “University of Western Ontario” in Canada. Nel 2010 ha fondato la “SimonArte dance Company”, una Compagnia da lei creata che le ha permesso di girare il mondo con i suoi spettacoli (“Me” “Cosa ti manca per essere felice” e “Una stanza viola”), collaborando ed esibendosi assieme a due coppie di danzatori del Teatro alla Scala di Milano.

Conobbi Simona e la sua storia leggendo il libro “E li chiamano disabili” di Candido Cannavò (giornalista e storico direttore della Gazzetta della Sport morto nel 2009) dove si raccontano le straordinarie vite di 16 disabili, sedici lezioni di vita dalle quali abbiamo tanto da imparare (tra l’altro l’immagine di Simona è impressa nella copertina del libro). E fu così che mi appassionai alla sua grinta, alla sua voglia di vivere, al suo entusiasmo tanto contagioso.

Alla fine del 2011 lessi il suo primo libro (autobiografico) “Cosa ti manca per essere felice” appena pubblicato,e se qualcosa sapevo di lei prima, capii chi era veramente questa ballerina e pittrice, nonché autrice, di fama internazionale. La sua forza: essere nata senza le braccia; una “farfalla senza ali” come ha voluto definirla qualcuno. È questa, credo, la motivazione che l’ha spinta ad essere così ambiziosa, a voler andare oltre, a sfidare la sorte, riuscendoci pienamente. Infatti, questa sua particolarità fisica, che avrebbe scoraggiato non pochi, non le ha impedito di fare un lungo graduale percorso di crescita artistica fino a condurla a compiere grandi imprese. Ha danzato, in qualità di “Ambasciatrice per la danza” davanti a Papa Giovanni Paolo II, in occasione del Grande Giubileo del 2000, portando per la prima volta nella storia la danza in chiesa (con la coreografia “Amen” di Paolo Londi); è stata protagonista della cerimonia di apertura delle Paralimpiadi di Torino 2006; ha collaborato con le più grandi stelle della danza classica, tra i quali spiccano i nomi di Roberto Bolle (ha danzato durante due tappe del “Roberto Bolle and Friends”, al teatro antico di Taormina e alla Fenice di Venezia) e Eleonora Abbagnato, Luca Alberti e Giusy Sprovieri, Marco Messina e Salvatore Pedichizzi; ha partecipato a svariate trasmissioni televisive, aprendo anche la 4° serata del Festival di Sanremo nel 2012; ha danzato per centinaia di detenuti nel carcere  di Nyahururu in Kenya, dove Simona è Ambasciatrice della “Fondazione Fontana”che opera in favore dei bisognosi; ha incontrato e danzato anche per Papa Francesco (cui consegna per l’occasione un ritratto del Santo Padre da lei eseguito) durante un’udienza con gli atleti paralimpici tenutasi nel 2014; ha danzato davanti a 40 mila persone in piazza Plebiscito a Napoli sulle note della canzone “Ognuno ha l’età dei suoi sogni” del Sermig (Servizio Missionario Giovani) di Torino. Da anni Simona tiene inoltre incontri motivazionali nelle scuole, aziende, associazioni e ovunque sia richiesto il suo intervento, con l’intento di aiutare le persone a migliorare il proprio atteggiamento verso se stessi e verso la vita, imparando a guardarsi dentro per scoprire le proprie potenzialità e come metterle a frutto. Nel 2012 è stata insignita dell’onorificenza di “Cavaliere della Repubblica” dal presidente Napolitano.

Dopo aver conosciuto Simona attraverso i suoi scritti ho avuto la grande fortuna di conoscerla di persona due anni fa. Nel 2014 infatti, venni a conoscenza della notizia che il 16 settembre sarebbe stata ospite a Villacidro, in occasione della 29esima edizione del “Premio Letterario Giuseppe Dessì”.

I cinque giorni della manifestazione sono stati inaugurati il 16 settembre, nel rinomato Mulino Cadoni, proprio con la mostra di Simona. Quel pomeriggio il piazzale del Mulino Cadoni era gremito di impazienti spettatori, che lei non fece certo aspettare. E infatti, puntuale come un orologio svizzero, ecco l’ingresso di Simona col suo collaboratore. La gente scattò in piedi per un lungo applauso. Simona con tanta grazia, sorridente come sempre, fece un cenno con la testa in segno di saluto. Una volta tagliato il nastro d’inaugurazione del Festival, tutti salimmo al primo piano dov’erano esposti i suoi bellissimi dipinti. Io avevo l’idea fissa di chiedere qualcosa a questa ragazza tanto radiosa, e attendevo il momento in cui l’avrei vista un po’ sola. Naturalmente era impegnatissima. Riuscii comunque a farmi avanti e iniziai col farle i complimenti per i suoi quadri, che tanto ammiravo anche se non riuscivo a cogliere cosa rappresentassero. Rise un po’, dicendomi che se avrebbe trovato un minuto me ne avrebbe “letto uno”. Purtroppo ciò non fu possibile, perché da lì a poco fu invitata a scendere nel piazzale dove avrebbe incontrato il pubblico.

In questo spazio era infatti stato allestito un solido tavolo, con dietro una imponente poltrona nella quale Simona prese subito posto e, una volta sistematasi al meglio, prese col piede il microfono che si trovava sul tavolo con un gesto del tutto naturale. Sulla poltrona, che risultava essere più bassa del tavolo, Simona non sembrava stare tanto a suo agio, e così, senza che quasi nessuno se ne accorgesse, inaspettatamente fece un balzo, quasi impercettibile, e un secondo dopo la vedemmo comodamente seduta sul tavolo, col microfono al piede e quel sorriso tanto contagioso da far brillare tutti i visi presenti in piazzale. Simona prese la parola ringraziando gli organizzatori e i presenti: «non ho parole per queste persone che hanno pensato di invitare me a questa stupefacente manifestazione», e ancora: «ringrazio tutti quanti voi qui presenti, che siete numerosi e bellissimi». Simona iniziò poi a raccontare la sua vita, partendo dal passato sino a giungere al presente, regalandoci dei momenti molto commoventi. Quindi invitò i presenti a farle qualche domanda e chiamò il ragazzo che per primo alzò la mano ad avvicinarsi a lei dicendogli: «così ci conosciamo meglio e possiamo dividerci il microfono, che la gente è curiosa di sentire tutto ciò che, di bello e un po’ meno, ci diremmo, ok?». Seguirono tante domande dal pubblico, alcune divertenti, altre commoventi, ma pur sempre emozionanti,e Simona, instancabilmente, a tutte rispose. Come quando, per citarne una, un ragazzo, molto schiettamente, le chiese: «Simona, ma, quando i tuoi genitori hanno visto che non avevi le braccia cosa hanno pensato, e come hanno fatto ad accettare che il “Signore” le avesse dato una figlia senza le braccia?». Simona per niente imbarazzata (mentre attorno a lei il silenzio si fece più profondo) col sorriso che mai le manca lo guardò, lo avvicinò a se, e baciandolo gli chiese il nome, ringraziandolo per la spontanea domanda e, come se niente fosse, rispose: «Vedi, io malgrado tutto ho avuto tanta fortuna. Metto al primo posto mamma e papà, e li ringrazierò sempre perchè penso sia difficile avere genitori meravigliosi come lo sono stati loro con me; innanzitutto per avermi accolta come un “dono speciale del Signore”, che ha voluto tenere le mie braccia “in cielo con se”, poi per avermi considerata e trattata sempre come mia sorella Gioia (più grande di 5 anni). E ancora per avermi accettata pienamente, assecondandomi nelle mie ambizioni».

Terminata l’intervista Simona annunciò l’uscita, il martedì successivo, del suo secondo libro dal titolo “Dopo di te”, scritto dopo la morte della madre e a lei dedicato. Un libro splendido e commovente che mi sento di consigliare a tutti. Fattosi tardi Simona dedicò il tempo rimasto ad apporre le dediche sul  libro “Cosa ti manca per essere felice”, che molti acquistarono in quell’occasione. Anch’io, che avevo portato da casa la mia copia, acquistata qualche anno prima, fui ben felice di farmi fare la dedica.

Vorrei terminare con un aneddoto che Simona raccontò durante la serata. «Mamma volle a tutti i costi mettermi le protesi alle braccia quando ero bambina. Frequentavo forse la terza elementare quando un giorno, al rientro da scuola, come al solito, con voce strillante salutai: ciao mamma! Ciao amore! mi rispose. Com’è andata oggi la scrittura con le protesi? «Benissimo mamma, la maestra mi ha detto che ho scritto così bene che sembrava scritto con i piedi. E infatti con i piedi scrissi anche quel giorno. Le protesi non erano per me!»



One Response to “LA STRAORDINARIA FORZA D’ANIMO DI SIMONA ATZORI, LA DANZATRICE NATA SENZA LE BRACCIA”

  1.   Maria Antonietta Sanna Says:

    Una “grande ” danzatrice !

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