ph: Gianpaolo Mele Corriga

di Simone Tatti

Gianpaolo Mele Corriga nasce  a Nuoro il 10 giugno del 1944. Compie studi di ingegneria tra Parma e Cagliari. Impegnato da giovanissimo nel campo della ricerca etno musicale in qualità di compositore e direttore del Coro di Nuoro, ne ha curato le edizioni della notevole discografica e audio visiva. Primo maestro del Folklore in Sardegna dal 1981, ha curato le colonne sonore di opere cinematografiche. Impegnato in politica, è stato Amministratore del Comune di Nuoro, Consigliere E.S.I.T  e I.S.R.E. Lo abbiamo incontrato per discutere dell’immenso patrimonio etnomusicale della Sardegna.

Chi è Giampaolo Mele Corriga? Un amante delle arti, della cultura e delle tradizioni popolari della Sardegna. Un intellettuale, se diamo a questa parola il significato di chi dedica, o ha dedicato, gran parte del proprio tempo ad attività di tipo conoscitivo volte alla produzione creativa. Ho sempre nutrito grande passione per tutte le forme di espressione musicale, per la lettura e la scrittura. Mi affascina la metrica, nei versi è insita musicalità. Ma l’amore più grande è quello che provo per il luogo in cui vivo e sono nato: Nuoro.

Quale è stato il suo primo approccio al mondo della musica? Posso senza nessuna difficoltà affermare di esser nato tra la musica. Mio padre cantava a cuncordu mentre mia madre era una provetta suonatrice dell’armonica a bocca. La passione dei miei genitori per la musica ha senza dubbio influito sulla mia formazione agevolando un processo che, molto probabilmente, si sarebbe ugualmente compiuto. Aggiungo che mio fratello Antonello è stato tra i fondatori,nel 1051-52 del CORO di NUORO, creando quindi quel coinvolgimento familiare che mi attrasse verso il canto popolare per tutta la mia esistenza. A sei anni sono diventato un virtuoso dell’armonica a bocca, vincendo anche dei concorsi canori mentre a quattordici suonavo fisarmonica e organetto. Gli anni a seguire furono quelli di approccio al pianoforte e alla chitarra mentre a diciassette anni, invece, divenni componente del Coro di Nuoro. Solo un anno dopo musicai la mia prima canzone: “Adios Nugoro Amada” e a seguire divenni maestro del Coro. Lo sono tuttora.

Lei è solito utilizzare il termine “Nuoresitudine” ma che significato attribuisce a questa parola? Non è facile da esprimere a parole. La Nuoresitudine è quel sentimento di appartenenza e amore incondizionato che si nutre nei confronti di quell’insieme di elementi tradizional popolari che connotano Nuoro e il territorio limitrofo. Un sentimento che si avvicina molto ad uno stato d’animo, a un modo di vivere e di essere.

Quando si parla di “Coralità Nuorese” si identifica un determinato modello. Quali sono i tratti distintivi di questa coralità? Quando entrai a far parte del Coro di Nuoro, mi accorsi che l’impostazione data era quella classica, poiché la maggior parte dei cantori, a quel tempo, avevano una formazione di tipo Classico, lirico operistico per l’impostazione delle voci. Ritenevo questo modo di cantare troppo distante dalle musicalità del nostro territorio e dalla nostra tradizione. A tal proposito, prendendo spunto dal canto a cuncordu, adattai la tipologia classica a quattro voci ( bassu, contra, mesu oche, e voche) al canto corale. Al tempo fu innovazione, ora l’impostazione da me data si chiama: Canto di ispirazione popolare Sarda.

Ci parli del suo rapporto con il Coro di Nuoro. Quando trascorri volontariamente gran parte della tua vita in un qualsiasi contesto, va da sé che questo diventi un’estensione della tua famiglia. È cosi che lo sento. Grazie a loro sono stato onorato come Primo Maestro del Folklore in Sardegna, e a seguire tante altre piccole e grandi soddisfazioni.

Come nascono le sue musiche? Come tutte le forme di espressione creativa, nascono nei momenti più disparati. Si tratta di intuizione, estro. Un lampo che illumina la tua mente. Il problema è che devo prontamente annotare il tutto sul pentagramma, perché questi momenti di illuminazione durano un attimo, e l’istante dopo divengono già la copia sbiadita di quel che erano.

A quale canzone è più legato? Ninna Nanna de Antoni Istene*

Lei è stato nel Consiglio di amministrazione di Enti di promozione turistica e valorizzazione culturale, cosa crede di buono sia stato fatto e cosa andrebbe ancora fatto? Io amo la Sardegna e amo Nuoro. Qualcuno mi dice: “Ma Nuoro è brutta”. A costoro sono solito rispondere che se è brutta, l’abbiamo fatta diventare brutta noi. Io non credo sia così. Spesso ci si sofferma a guardare le cose dall’esterno senza approfondire. Si dà più importanza alla buccia che al succo delle cose. Non voglio parlare di quel che è stato fatto, ma preferisco dire quel che sarebbe importante fare. Credo che le politiche di programmazione locali e regionali debbano mirare a contrastare lo spopolamento, favorire l’emigrazione di ritorno e evitare che le risorse più brillanti della nostra terra scappino altrove.

Il suo ultimo Libro: “Gli inseparabili figli di Nur: ragazzi di Via Majore”, di cosa tratta? Tratta di un’intera generazione che ha saputo costruire grandi cose. Il tema di fondo è la versatilità del carattere dei nuoresi e il libro è ambientato negli anni ’50 del secolo scorso. Ma preferisco non svelare altro, altrimenti chi leggerebbe il libro, poi?

Che suggerimento darebbe a un giovane sardo? Andare fuori, imparare per poi tornare a casa arricchiti di maturità ed esperienza.

* C’è un aneddoto legato alla canzone “Ninna Nanna e Antoni Istene”. Di quelli toccanti e volontariamente taciuti. Perché dolorosi e vanno a scavare in un passato che avresti voluto dimenticare. Era il 17 luglio del 1975, i coniugi Mele si spostano a Sassari con il loro primogenito Giovanni, che all’epoca non ha ancora un anno di età. Il bambino si sente male durante il viaggio, viene ricoverato, la notte stessa muore. Una settimana dopo, dall’atroce dolore che un padre può provare per la morte di suo figlio, prendendo in prestito le parole della poesia di Antonio Casula noto Montanaru, nasce “Ninna Nanna de Antoni Istene”. Una nenia dedicata al sonno eterno del figlio Giovanni.



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