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di Bruna Bertolo

In occasione della presentazione a Rivoli (TO), per iniziativa del Circolo “Quattro Mori”, del libro di Maria Elvira Ciusa “Grazia Deledda. Una vita per il Nobel” (si veda in questo sito il resoconto di Paolo Pulina  http://tottusinpari.blog.tiscali.it/2016/12/28/a-rivoli-torino-il-circolo-%E2%80%9Cquattro-mori%E2%80%9D-ha-presentato-con-successo-il-libro-di-maria-elvira-ciusa-su-grazia-deledda/#more-48457) Bruna Bertolo, studiosa di storia delle donne, ha letto il testo che segue, testimonianza di amore per i libri di Grazia Deledda e rievocazione della cerimonia di premiazione dei Premi Nobel  (Stoccolma, 10 dicembre 1927), in cui la scrittrice sarda, piccola di statura ma grandissima per ingegno narrativo, fu indubitabilmente protagonista.

Io sono cresciuta leggendo i libri di Grazia Deledda….

La mia adolescenza è stata arricchita da “Canne al vento”, da “Marianna Sirca”, da quei libri che mi svelavano una terra che assolutamente non conoscevo, ma di cui comunque sentivo parlare perché sopra di me abitava una famiglia sarda, i Piredda, che mi raccontavano del mare, delle terre assolate, dei costumi che facevano parte del loro mondo d’origine.

I  libri di Grazia Deledda rappresentavano un orizzonte sconosciuto per me in quegli anni, al di là del  mio confine, e stimolavano la mia fantasia, il mio desiderio di leggere, di entrare, quasi in punta di piedi, nella vita di quei personaggi che sapevano amare, lottare, desiderare, con orgoglio, con umiltà, con tenerezza, con passione, con fierezza…

Ho riletto in parte i libri di Grazia Deledda quando ho dovuto fare le ricerche per un capitolo del mio libro “Prime … sebben che siamo donne”  (Ananke editore) dedicato proprio alle uniche due donne italiane che, finora, hanno avuto il riconoscimento più prestigioso che possa essere assegnato: il premio Nobel. A Grazia Deledda, prima scrittrice italiana a ricevere nel 1926, il Nobel per la letteratura. A Rita Levi Montalcini,  prima  scienziata italiana a riceverlo nel 1986 in Fisiologia o Medicina, 60 anni dopo. Una sarda e l’altra piemontese….che hanno portato il nome dell’Italia in tutto il mondo.

Voglio raccontare qualcosa proprio sulla giornata, il 10 dicembre 1927, quando Grazia Deledda fu premiata..

A contendere, da parte italiana, il premio alla Deledda erano stati in quel 1926, tre candidati: la focosa poetessa e romanziera Ada Negri; il poeta in dialetto romanesco Cesare Pascarella, cantore di Trastevere e degli altri quartieri popolari della capitale; ed ancora Guglielmo Ferrero, di cui era uscito il sesto ed ultimo volume della storia di Roma,Grandezza e decadenza di Roma.

Prevalse la nomina di Grazia Deledda la cui candidatura era già stata proposta in realtà alcuni anni prima, nel 1913, da un piccolo gruppo di letterati e studiosi membri dell’Accademia dei Lincei e della Crusca.

Arrivò a Stoccolma in compagnia del marito, dopo un viaggio sicuramente molto faticoso durato tre giorni, in treno, in seconda classe. Al suo arrivo, erano in tanti, giornalisti compresi, ad attendere quella donna che divenne immediatamente, sulle pagine dei giornali svedesi, la “buona signora”, la scrittrice che amava la casa, la semplicità, che viveva appartata nella sua casa romana, al di fuori della mondanità.

Tra i tanti uomini che venivano premiati in quell’anno, era proprio lei, la piccola signora dai capelli bianchi, avvolta in un mantello, abbigliamento modesto, a suscitare il maggior interesse. Lei, che arrivò molto stanca ed affaticata da quel viaggio così lungo.

Un viaggio atteso sicuramente da quando, ancora giovinetta, nella sua casa di metà ottocento di Nuoro, scriveva e sognava la Gloria. Ora la Gloria era lì. Furono rari i suoi sorrisi a Stoccolma, raccontarono i giornali svedesi. Ma forse non facevano davvero parte del suo modo di essere donna. Non aveva mai cercato la mondanità ed ora quella situazione, pure sognata sicuramente, doveva anche preoccuparla un po’.

Si racconta inoltre che, proprio mentre il treno entrava nella Stazione Centrale di Stoccolma (era il venerdì 8 dicembre, alle 18.45), ci fu un’eclisse totale di luna che passò inosservata ai più, in quanto un denso strato di nuvole racchiudeva la città come dentro un guscio.

Furono sicuramente giorni molto impegnativi per la coppia e il culmine ovviamente durante la cerimonia di consegna del Premio, il 10 dicembre.

Le cronache riferiscono che Grazia Deledda, chiusa in un abito violetto, seria e concentrata, sembrava quasi sparire nell’ampia poltrona in cui fu fatta accomodare, accanto agli altri premi Nobel dell’anno.

I discorsi ufficiali vennero pronunciati in svedese, quindi difficilmente comprensibili. Ma quando si pronunciò il suo nome, la scrittrice, con apparente calma e lentezza, scese la breve scalinata che separava i premiati dalla zona in cui si svolgeva la cerimonia. Fu davanti al re svedese.

Accanto a lui, molto alto anche per un nordico, la scrittrice sarda apparve ancora più piccola, ma grandissimo fu l’applauso che le venne tributato: i cronisti scrissero che a malapena arrivava al gomito del re.

A lei, alla piccola donna semplice dai capelli bianchi che aveva fatto conoscere la realtà di un’isola aspra e meravigliosa, la Sardegna quasi sconosciuta ai più in quel fine ’800 e inizio ’900, chiusa nei suoi riti secolari. La Sardegna, in cui lei aveva fatto volare la sua fantasia, costruendo storie e personaggi assolutamente unici.

Il suo fu un breve discorso, apprezzato nella sua semplicità. Accanto ai ringraziamenti una frase significativa: ”Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta sconsigliatelo fermamente. Se continua minacciatelo di diseredarlo. Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri”.

L’applauso ricevuto fu il più lungo e il più caloroso.

Il discorso dell’accademico svedese Henrick Schück, nel presentarla, fu un piccolo capolavoro: raccontò di lei, della sua nascita in una piccola città del cuore della Sardegna, in cui si “viveva isolati dal resto del mondo”, dove i pochi visitatori arrivavano a cavallo, “le donne sedute in groppa dietro agli uomini”. Un ambiente che conferì alla formazione della scrittrice “un’impronta del tutto particolare, un tono selvaggio e primitivo”.

Ripercorse gli anni della sua formazione culturale, forzatamente limitata alla frequenza della scuola elementare, ma mise anche in rilievo la sua enorme volontà di imparare, di migliorare, di leggere, di prendere delle lezioni di francese e di italiano: in casa sua, “come ovunque nell’isola, non si parlava che in dialetto sardo”.

Focalizzò l’attenzione dei presenti evidenziando la particolare conoscenza che Grazia aveva delle leggende, delle tradizioni e delle canzoni popolari della sua terra. A lei, ribadiva, si deve “la scoperta della Sardegna”.

Sui romanzi di Grazia Deledda si è scritto molto, con interpretazioni spesso anche controverse. Non è certo questa la sede per approfondire la disanima. Quello che mi preme è invece sottolineare il ruolo avuto da questa piccola donna che, unica nella storia della letteratura italiana, ha provato la grandissima emozione di ricevere un premio così prestigioso, partendo da una realtà esistenziale ed ambientale così difficile in un periodo in cui alle donne era concesso così poco.

Una scrittrice che ha saputo andare per il mondo intero partendo da una realtà circoscritta e isolata, con quel suo prepotente bisogno di narrare  il piccolo mondo arcaico della sua infanzia e adolescenza che andava ormai scomparendo. Lei si era descritta così: “benché conservi qualcosa di selvaggio e di caratteristico, forse il riflesso dell’ambiente in cui vivo, non rassomiglio punto alle altre fanciulle sarde, perché, attraverso il circolo di montagne deserte e leggendarie che chiudono il mio orizzonte, sento tutta la modernità della vita, dei tempi nuovi e dei nuovi ideali. […] La mia vita è silenziosissima. Vivo in una casetta tranquilla perduta in una piccola  città che è poi un grosso villaggio: le montagne sono il mio orizzonte, i libri i miei amici, il silenzio, lo studio, i sogni sono i cavalieri della piccola corte del mio ingegno”.

BRUNA BERTOLO, NOTE BIOGRAFICHE

Bruna Bertolo, rivolese, tesi in Storia della filosofia,  giornalista pubblicista dal 1988, ha pubblicato numerosi libri di argomento storico, tra i quali la poderosa “Storia di Rivoli” (Susalibri, 2004) , la “Storia della Valle di Susa dall’800 ai giorni nostri” (Susalibri, 2009, oltre 600 pagine).  E ancora per Susalibri, “Donne e cucina nel Risorgimento”, con una preziosa prefazione di Bruno Gambarotta e, nel 2012, “La dolce Rivoli di Aldo Moine”. Alterna infatti la scrittura di libri a carattere nazionale ad altri dedicati ad aspetti storici della realtà locale, con particolare riferimento alla città di Rivoli, in cui risiede. Nel 2013, ha pubblicato “Rivoli. C’era una volta… un Conte”, ispirato alla figura di Amedeo VI di Savoia, passato alla Storia come il Conte Verde.

A partire dal 2011 ha concentrato la sua ricerca sulla storia delle donne.

 

Nel 2011, il suo libro “Donne del Risorgimento. Le eroine invisibili dell’Unità d’Italia” (Ananke) ha riscosso un notevole successo a livello nazionale, con presentazioni in tutta Italia, facendole ottenere il premio “Ambiente Special 2011”, giunto alla 36ma edizione, assegnato a Teano. Il volume, recensito su prestigiose testate nazionali, è stato inoltre il filo storico conduttore della mostra di Roma “Eroine di Stile. La moda italiana veste il Risorgimento”, curata da Stefano Dominella, presidente di Maison Gattinoni,  una delle ultime manifestazioni che la capitale d’Italia ha dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia.

Notevole l’apporto dato alla realizzazione di “Opera Omnia”, volume della casa editrice Aghepos, pubblicato in occasione dei 150 anni di unità d’Italia, con la presentazione di tutti i Comuni piemontesi,  per il quale Bruna Bertolo ha scritto la cronologia dal 1861 al 2011.

Con il volume “Prime … sebben che siamo donne”, edito da Ananke,  ed uscito nel 2013, Bruna Bertolo  ha presentato una galleria di personaggi femminili italiani che, dall’Ottocento ai giorni nostri, hanno aperto orizzonti nuovi nel costume, nella politica, nello sport, nella cultura, nel mondo del lavoro.

Nell’aprile 2014 con il quotidiano “La Stampa”  è uscito il volume “Donne nella Resistenza in Piemonte”, edito da Susalibri, una ricerca storica sul ruolo femminile nella lotta di liberazione.

L’ultimo volume, “Donne nella Prima Guerra Mondiale” (Susalibri ed.) è uscito il 20 maggio 2015 con “La Stampa” e presentato per la prima volta il 24 maggio alla Biblioteca Nazionale di Torino nell’ambito delle iniziative della città per ricordare il centenario dell’ingresso in guerra dell’Italia.

Per anni responsabile delle pagine di cultura del bisettimanale “Luna Nuova”, collabora ora a numerosi giornali per le pagine di cultura, tra i quali “Italia Arte”, il mensile “In … Libreria”,  di cui è Direttrice, il giornale on line www.pagina.to.it, la prestigiosa rivista storica “Segusium”, con particolare riferimento ad argomenti di storia, costume, arte, recensione di libri. Da gennaio 2016 è inoltre Direttrice responsabile del giornale a lettura facilitata “Sottovoce”.



One Response to “BRUNA BERTOLO, STUDIOSA DI STORIE DELLE DONNE, RACCONTA GRAZIA DELEDDA PROTAGONISTA DELLA CERIMONIA DI PREMIAZIONE DEI PREMI NOBEL (STOCCOLMA, 10 DICEMBRE 1927)”

  1.   Alberto Farina Says:

    Complimenti a te Bruna, che ……”una ne fai e cento ne pensi”…un abbraccio

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