di Elisabetta ed Ennio Porceddu

Di questo rito, ne abbiamo già parlato in questo giornale, scrivendo  che la festa di S. Antonio  ”è totalmente intrisa di fede e spiritualità proponendosi quale momento di grande partecipazione popolare, essendo la festa più intima e paesana”. Tutto ha inizio con la ricerca dei tronchi che, le compagnie dei “fedales”, fanno negli ultimi mesi dell’anno. Abbiamo scritto che nel mese di gennaio ogni compagnia, dopo banchetti, musica e balli, non solo tipici sardi, procede al rito del trasporto del proprio tronco, al ritmo della singolare invocazione “Sant’Antò toi do”, fino al piazzale della chiesa dedicata a Sant’Antonio Abate.

Nel paese natio di Sant’Ignazio, la sera del 16 gennaio, il Santo, che richiama riti pagani e credenze cristiane, è portato in processione dalla chiesa di Sant’Ambrogio, dove solitamente si trova, alla chiesetta intitolata al taumaturgo protettore del fuoco.

Nella piazza antistante al tempio cristiano è acceso “Su Fogòne“, in campidanese su fogaroni: un grande falò, che brucia per diversi giorni.   Attorno al fuoco si balla al suono della fisarmonica, mentre altri piccoli falò illuminano la notte dei rioni e nelle borgate. Le compagnie che portano al Santo “su fogone” sono sempre composte da centinaia di persone. Come ci dicono quelli della locale pro loco, la festività di Sant’Antonio ha anche un altro risvolto, dato dalla degustazione dei prodotti alimentari di questa terra.

Durante la celebrazione vengono offerte degustazioni di carne,  vino, formaggio e, soprattutto, “su pani’ e saba” il pane di saba, un dolce della tradizione del’isola.

Centro della festa è la chiesa di S. Antonio Abate situata nella parte alta di Laconi, alla fine di una ripida salita.

L’edificio, di fattura piuttosto semplice, fu costruito in alto medioevo, e, attorno ad esso, si sviluppò, già prima dell’anno mille, il più antico nucleo abitativo del paese. Nell’ altare della chiesetta è esposta una statua raffigurante il Santo, che la tradizione attribuisce ad uno sconosciuto scultore locale del XVII secolo. 

La festa di Sant’Antonio abate, il santo del fuoco, è senza dubbio un giorno solenne molto sentito dai laconesi e dagli immigrati che, per l’occasione, rientrano al paese natio, per prendervi parte.

La devozione al santo è lo spunto per dare via alle manifestazioni del carnevale. Spesso vi partecipano i Mammuthones con i loro caratteristici costumi che sembrerebbe che risalgano alla tradizione millenaria dei nuragici.

Chi era Sant’Antonio?

Il santo nasce a Eraclopoli in Egitto nel 251. E’ vissuto da eremita nei pressi del Nilo e nel deserto di monte Qolzum, nelle vicinanze dl Mar Rosso, dove mori ormai ultracentenario. Questo “padre dei monaci” è ricordato, come scrive, V. Camboni, oltre che per la sua documentazione di fede, anche per essere stato l’inventore della vita semianacoretica del monachesimo.

La leggenda lo lega al fuoco. Si racconta che il santo angosciato dalle misere condizioni in cui erano costretti a vivere gli uomini, esposti al freddo e a cibarsi di carne non cotta, scese all’inferno per impossessarsi del fuoco. Secondo la leggenda Sant’Antonio riuscì a prenderne con l’inganno e nasconderlo nel suo bastone di ferula. Il fuoco, lo dono poi a tutta l’umanità.

LA CHIESA

La chiesa di S. Antonio Abate è situata  nella parte alta del piccolo centro, dopo una  un ripida salita. L’edificio, di lavorazione piuttosto semplice, venne costruito in stile romanico ma fu poi rimaneggiato durante il XVIII. È caratterizzato da una pianta rettangolare articolata in una sola navata.

“La modesta facciata accoglie un ampio portale ligneo ad arco a tutto sesto con cornice, sovrastato da un raffinato rosone circolare con cornice modanata. Sul semplice tetto a capanna spicca una piccola croce”. All’interno della chiesa è conservata una bella statua di S. Antonio Abate.



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