ph: Antonello Salis

di Simone Muscas

Antonello Salis, jazzista di grande successo che non ha bisogno di presentazioni. L’artista, nativo di Villamar e residente a Roma, si è esibito da solista con la sua fisarmonica dinanzi ad un folto pubblico in un’atmosfera suggestiva dinanzi a “Sa domu e s’orcu”, sita sull’altopiano della giara di Siddi. Subito dopo l’esibizione si è gentilmente concesso per un’intervista: con un marcato accento romano ha risposto in maniera gentile e simpatica ad alcune domande che hanno spaziato dalle sue origini, alla sua musica sino ai progetti attuali e futuri.

Innanzitutto complimenti per il concerto. Sensazioni a caldo? È sempre un piacere tornare in Sardegna; sono contento del calore mostratomi dal pubblico e della bella accoglienza riservatami.

Lei è un fisarmonicista e pianista jazz molto conosciuto avendo collaborato con alcuni mostri sacri della musica mondiale. Riavvolgiamo però il nastro: ci racconti qualcosa sulla sua infanzia e adolescenza. Sono nato nel 1950 e ho vissuto a Villamar sino alla seconda metà degli anni ’60, periodo durante il quale mi sono trasferito a Roma. Ho vissuto un’infanzia particolare poiché non ho conosciuto i miei genitori e sono stato cresciuto dai miei nonni dei quali ho un bel ricordo.

Com’è scoccato l’amore per la musica? Da piccolissimo rimanevo affascinato dal suono delle campane della chiesa, cercavo di riprodurre quelle melodie con le bombole del gas vuote. Poi un giorno ebbi la possibilità di salire sul campanile del paese e ascoltare da vicino la bellezza di quelle musicalità: ne fui catturato. Successe poi che a circa quattro anni mio nonno mi regalò una fisarmonica giocattolo e da quel momento m’innamorai perdutamente della musica.

Amore che poi è lentamente cresciuto e quindi consolidato. A circa dieci anni acquistai una fisarmonica vera e propria; con mio nonno inoltre andavo ad assistere agli spettacoli con la chitarra de “is cantorisi” e frequentai per un certo periodo lezioni private di fisarmonica. Negli anni ’60 la musica cambiò e io ne venni influenzato come tutti i giovani dell’epoca. Abbandonai la fisarmonica che non ritenevo uno strumento musicale adatto per i nuovi generi di cui mi appassionai e mi dedicai soprattutto al pianoforte. Successivamente mi innamorai del jazz, del free jazz e della musica contemporanea: tornai alla fisarmonica in età più adulta integrando questo strumento al jazz, una cosa non frequente. Nel corso della mia carriera artistica ho quindi pubblicato alcuni album, mi sono esibito in giro per il mondo, ho collaborato e continuo a farlo con artisti di grande livello; sono felice di come sono andate le cose sinora. Qualcuno capita che mi chieda cosa avrei combinato nella vita se non fossi diventato musicista.  Rispondo: sarebbe stato un peccato, perché avrei dovuto rinunciare alla cosa che più amo.

Il suo è un talento cristallino, per di più coltivato e perfezionato da puro autodidatta. Potremmo definirla “un musicista poca forma e tanta sostanza”? Mi ritengo un musicista sincero con me stesso, faccio ciò che mi piace e nel modo in cui mi piace; ho sempre pensato che la musica ognuno la debba coltivare come meglio crede. Ho suonato con fior di musicisti eccezionali dal punto di vista tecnico, che però percepivano l’esibizione sul palco come un esame. Sentirsi giudicato dalla propria coscienza, dal pubblico o dagli esperti è un qualcosa che non mi appartiene; sul palco esprimo la mia passione e il mio credo musicale, non ho mai pensato potesse esistere una regola universale per fare musica.

Smontiamo quindi le tante definizioni che lo inquadrano come un musicista di una certa corrente musicale? Assolutamente si. La mia musica è semplicemente un’opinione, un po’ come quando uno si esprime a parole su un certo argomento. L’arte in generale, inevitabilmente, ti porta ad essere più o meno apprezzato, tuttavia credo che il giudizio positivo universale sia pura utopia. Anche lei, per esempio, può essere il più bravo ragazzo del mondo, ma stia pur certo che ci sarà sempre qualcuno a cui il suo modo di fare non piace.

Un’ultima parola sul suo rapporto con la Sardegna e il suo paese d’origine. Amo la Sardegna e, naturalmente, non scordo le mie origini villamaresi. Non ho tuttavia avuto un’infanzia semplicissima e questo inevitabilmente mi ha portato, pur fra tanti bei ricordi, anche a vivere momenti un po’ particolari. Per natura però sono uno che guarda sempre in là: custodisco ciò che più mi ha reso felice e cancello le negatività; vado avanti oggi con l’entusiasmo e i sogni che avevo sin da piccolo.

Ciò significa che ha in serbo nuovi progetti per il futuro? Guardi, la mia filosofia di vita è stata e sempre sarà quella di vivere alla giornata. In fondo, mi creda, ho sempre la convinzione che il bello debba ancora venire.



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