ph: Klara Murnau

di Andrea Scarpa

E poi succede che un’amica suggerisca il nome di Klara Murnau. Lei, Murnau, è una milanese di Cagliari, 34 anni, capo detective di Europol, un’agenzia di investigazioni private e aziendali. Una che, al contrario di quello che si potrebbe pensare, non vuole passare affatto inosservata, visto che digitando in rete il suo nome escono fuori decine di foto di lei in posa plastica con tette, capelli biondissimi e tutto il resto in evidenza. Insomma, una specie di Lady Gaga in versione Marlowe, ma senza impermeabile e a volte anche qualcos’altro. Ci vediamo in un bar a due passi da piazza San Babila. Anche se nella vita vera il photoshop non c’è, Murnau fa lo stesso la sua figura.

Scusi, ma una che fa il suo lavoro non dovrebbe cercare di vivere nel più completo anonimato? «Il mio aspetto non mi crea problemi, anzi, mi aiuta ad avere risultati migliori. A volte mi è capitato di pedinare qualcuno, avvicinarlo, dirgli tutto, e avere le informazioni di cui avevo bisogno perché non aveva creduto alle mie parole. La gente vede quello che vuole vedere, e spesso questo non corrisponde alla verità. Comunque adesso faccio soprattutto un lavoro di gestione».

È un nome di battaglia, il suo? «Diciamo che il mio secondo nome è Francesca…».

Come ha iniziato? «Per caso. Dopo aver studiato chimica, per tre anni – a partire dal 2002 – ho lavorato part-time in un negozio di ottica in piazza di Spagna, a Roma».

Perché proprio lì? «Nata e cresciuta a Cagliari, alla fine del liceo mi sono trasferita nella Capitale. Parte delle mie radici sono lì, perché nonna era romana, e in Australia, visto che papà è nato a Sidney, dove si era trasferita tempo prima la sua famiglia».

Che lavoro fa suo padre? «È un militare in pensione. Io invece, all’epoca non avrei mai pensato di fare questo per vivere: volevo fare l’attrice di Hollywood…».

Scherza? «No. Lo spettacolo mi è sempre piaciuto. Infatti a 16 anni mi sono trasformata nella bionda che vede».
Ha mai fatto qualcosa per recitare? «Mai. La mia è più che altro una fantasia. Ho sempre studiato altro: chimica, per esempio. Diciamo che in me convivono i due caratteri dei miei genitori, che sono molto diversi e forse anche per questo stanno insieme da 33 anni. Mia madre è estroversa e simpatica, mio padre è un timido molto studioso. La prima mi ha trasmesso la passione per lo spettacolo, il secondo mi ha cresciuto portandomi a tradurre le incisioni latine nelle chiese, insegnandomi il codice Morse, le costellazioni».
Torniamo ai suoi inizi, al negozio di ottica. «Stando lì a un certo punto ho conosciuto una persona che mi fatto fare le prime esperienze in un’agenzia di investigazioni. Lì ho imparato ogni aspetto di questa professione».
Quali??«Come si è operativi dal punto di vista investigativo: pedinamenti, monitoraggi, comunicazione non verbale… Tutto».

Primi risultati? «Buoni, direi. Mi è sembrato subito un lavoro in grado di soddisfare la mia parte scientifica e anche quella artistica. In fondo, spesso devo recitare una parte».

Qual è la sua specializzazione? «Sono attiva a 360 gradi: per privati e aziende. In questo campo mi occupo di indagini sotto copertura per concorrenza sleale, violazioni di brevetto, furti societari etc.».
Faccia un esempio. «Una volta ho finto di essere una nobile con un braccio rotto per costringere un artigiano a disegnare un progetto e farmi avere un preventivo per dimostrare la violazione del contratto che lo vincolava a non lavorare nello stesso settore del laboratorio venduto».

Cioè??«Un calzolaio romano di altissimo livello aveva ceduto la sua attività a un collega milanese, ma in segreto continuava a lavorare con la vecchia clientela dopo che, a caro prezzo, si era impegnato a non farlo. Con le prove prodotte, il nostro cliente si è fatto risarcire con gli interessi».

Quando è arrivata a Milano? «Dopo un anno e mezzo, sono andata a lavorare per un’agenzia in città, e dopo un altro anno sono andata via perché ho accettato un’offerta di un’azienda di Lugano, in Svizzera. Ci sono rimasta tre anni, poi sono tornata a Milano. Mi mancava. Adesso so che è la mia città».

Com’è Milano dal suo punto di vista professionale? «Molto particolare. I milanesi più dei romani vivono di apparenza. La facciata è molto importante».

Che cosa vuol dire? «Qui le persone non vogliono sapere tutta la verità. O meglio, quando capiscono che c’è stato, o c’è un tradimento in corso, spesso si fermano. Non vanno fino in fondo. Fingono di non sapere per non sfasciare tutto».

Facciamo un passo indietro: la maggior parte dei casi riguarda infedeltà coniugali, o di coppia in genere, giusto? «Certo. Su 100 casi oggi 60 sono di questo tipo, 30 sono aziendali, 10 di vario tipo: problemi legati alle eredità, furti di brevetti, persone scomparse…».

Quindi a Milano quei 6 su 10 che fanno? «Raccontano la situazione, spiegano tutto, poi quando hanno le nostre prove non vanno avanti. Preferiscono lasciare tutto com’è, al contrario del resto d’Italia. Insomma, si tengono le corna».

Qualcuno si sorprende? «Pochi. La maggioranza sa più o meno tutto, hanno solo bisogno di conferme e prove per tutelarsi».

Tradiscono di più gli uomini o le donne? «Fino a 4-5 anni fa, gli uomini. Adesso sono alla pari».

I test di dna sono molto richiesti? «Sì, se ne fanno tanti. Spesso dobbiamo procurarci anche le tracce: capelli, mozziconi, bicchieri etc.».

A lei è mai capitato di aver scoperto di essere stata tradita? «Premesso che ce n’è per tutti, posso dire che al momento non eravamo fidanzati, quindi tecnicamente non c’è stato tradimento…».

I casi più belli? «Quelli aziendali, sicuramente. Sono sempre diversi. Su circa trecento affrontati finora ricordo quello che per un anno e mezzo mi ha portato a fingere di essere un uomo in una chat e un’altra persona per studiare le mosse di un dirigente importante che rubava alla sua società».

Com’è finita? «Scoperto, è stato cacciato».

Situazioni pericolose? «Ogni tanto. La peggiore con un cliente stalker».

Clienti fuori di testa ce ne sono tanti? «Abbastanza, soprattutto quelli che soffrono di manie di persecuzione. Ricordo un’insegnante che diceva di subire pressioni psicologiche da una comunità intera, secondo lei pagata tutta dal padre… Ecco, questi sono casi da non prendere».

Quante ore al giorno lavora? «Sono molto libera con gli orari e i movimenti. Con computer e cellulare posso fare il mio lavoro ovunque, grazie anche alla mia detective manager Lucia. Lei gestisce me e gli altri 15 collaboratori in maniera impeccabile. L’intelligence è soprattutto coordinamento. Ci aggiorniamo costantemente e in maniera accurata su tutto. Seguiamo anche casi in Italia a all’estero. Al mese, in media, ne curiamo fra i 15 e i 20».

Quanto guadagna un’investigatrice privata? «Dipende. Io sono ricca dentro… Dai, diciamo bene. Si lavora tanto, però, e c’è una gran responsabilità: in tribunale la dichiarazione del detective è fondamentale e conta più della controparte. Non possiamo sbagliare. Potremmo sfasciare famiglie e far chiudere aziende».

Quanti sono ad avercela con lei? «Due su dieci mi odiano. Va bene così. Ma io, in fondo, che c’entro? È il mio lavoro».

La crisi si è sentita? «Certo. Il 2013 è stato catastrofico, adesso da un anno va meglio».

Ci sono nuove richieste da parte dei clienti? «Tanti sono ossessionati dalle chat. Vogliono entrare nei profili Facebook, nei cellulari, nella posta elettronica. È violazione della privacy, non si può fare».

Quanti giorni ci vogliono per scoprire se lui o lei tradisce? «Basta una settimana di indagini, con tanto di foto, video, e intercettazioni ambientali, al bar o in un qualsiasi locale pubblico. Mai in un luogo privato perché non si può».

Quante costa? «Una settimana di lavoro, per cinque ore al giorno, più o meno 2150 euro più Iva».

Come funziona con l’incarico? «Preferisco fare tutto al telefono e con il computer. Parliamo, segno tutte le informazioni, mi faccio mandare le foto e solo se c’è bisogno incontro di persona il cliente, anche se è meglio non personalizzare. Dopo, tramite scanner e posta digitale, si firma un mandato investigativo che tutela tutti legalmente, si consegna il codice fiscale, si manda la copia di un documento valido, ed entro 24-48 ore al massimo siamo pronti».

Senta, questo lavoro è per sempre? «Sì, certo. Solo per Hollywood potrei cambiare vita…».



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