La verità sulla tragedia del traghetto Moby Prince, avvenuta il 10 aprile 1991, davanti al porto di Livorno, sta lentamente affiorando dalla superficie di un mare limaccioso che l’ha tenuta nascosta per 26 anni. La Procura di Livorno ha aperto un’inchiesta sui possibili collegamenti tra il disastro navale e un traffico di armi e scorie nucleari. A rivelarlo è stato, durante il 26esimo anniversario della strage, il presidente della Commissione d’inchiesta sulla Moby Prince, il senatore del Pd Silvio Lai.“ Guardiamo con attenzione e stima a quello che stanno facendo gli uffici giudiziari di Livorno – ha detto in un passaggio del suo intervento durante la cerimonia in Comune a Livorno – Non ci stanno facendo mancare la collaborazione nel recuperare tutti gli atti e la sensibilità di aprire un fascicolo dopo alcune notizie che stanno emergendo”.

E nel ricordo di quell’anniversario durante il quale è stato inaugurato nella città ligure anche un giardino in memoria delle vittime, sono stati presentati altri indizi che ribaltano le conclusioni dei processi le convinzioni di dodici giudici. La prima è che sulla nave, che stava bruciando dopo la collisione con la petroliera Agip Abruzzo, c’erano ancora persone in vita e invece i soccorritori si concertarono per molto tempo soltanto sulla petroliera. Le ultime testimonianze raccolte dalla commissione parlamentare d’inchiesta del mozzo Alessio Beltrand, l’unico superstite fra le 140 vittime presenti nel traghetto, smentiscono infatti gli ormeggiatori che avevano testimoniato che sulla nave erano tutti morti. «Non è vero, io dissi loro che c’erano ancora persone in vita e che i soccorsi dovevano fare presto», ha detto l’ex mozzo alla commissione d’inchiesta. Anche un ex comandante della Navarma ha recentemente dichiarato che non è vero che nessuno aveva capito la presenza del Moby (si pensava a una bettolina) perché lui lanciò l’allarme poco dopo la collisione.

Ci sono poi nuovi indizi su una diversa posizione della petroliera sulla quale il Moby collise e sulla conferma che sul traghetto ci fosse un traffico d’armi e di scorie nucleari.  Il lavoro della procura «si concentra sul rapporto dei servizi relativo a Giorgio Comerio», ha spiegato Lai. Comerio è l’ingegnere che, secondo i servizi, progettava di inabissare in mare le scorie nucleari. «Si tratta di un fascicolo di atti relativi – ha aggiunto Lai -, quindi senza indagati, che a partire dà lì e anche utilizzando la documentazione della commissione parlamentare cercherà di fare nuova luce sulla vicenda».

Era stato il Fatto Quotidiano, a febbraio, a dare notizia di un documento segreto dell’ex Sismi, il servizio segreto militare, declassificato dalla Commissione rifiuti, in cui compare un riferimento alla tragedia del mare. Poche parole, senza ulteriori spiegazioni: “Incidente di Livorno (Moby Prince, aprile 1991)”. Una strage che l’intelligence inserisce in una mappa concettuale dedicata al “traffico di materiale bellico recuperato, di scorie nucleari e di armi”, inviata il 3 aprile 2003 alla Divisione ricerca e antiproliferazione dell’ex Servizio segreto militare. La mappa del Sismi è allegata a una nota sul faccendiere Giorgio Comerio, ingegnere di Busto Arsizio, che secondo i Servizi progettava di inabissare in mare le scorie nucleari. Comerio, peraltro, ha negato tutto proprio durante un’audizione della commissione d’inchiesta sul Moby.

Moby Prince: un mistero lungo 26 anni. La più grande tragedia della storia navale italiana in tempo di pace. Ventisei anni fa, nella rada del porto toscano il traghetto Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo entravano in contatto. Dopo lo scontro il rogo: le vittime furono 140, tra passeggeri ed equipaggio del traghetto. Il disastro della Moby Prince è uno dei tanti misteri italiani ancora senza un epilogo e con tanti punti oscuri. La petroliera Agip non avrebbe dovuto trovarsi in quel punto, ma questa è solo una delle tante circostanze misteriose e sui cui la magistratura non è riuscita a fare chiarezza, così come la presenza in rada di navi militari americane, di una nave “fantasma” chiamata Theresa intercettata via radio, o ancora una nebbia inusuale che avvolge la petroliera, oltre a concitate comunicazioni radio in lingua inglese e al caotico e tardivo intervento dei soccorsi. Il tempo non ha portato a una verità definitiva, e le indagini da subito sono andate nella direzione dell’incidente e dell’errore umano, ricaduto in gran parte sul comandante Ugo Chessa, provocando la reazione battagliera di suo figlio Luchino, che nella tragedia ha perso anche la madre e che no si è arreso alle conclusioni fumose dell’inchiesta. Insieme ad altri familiari delle vittime, si è costituito parte civile nel processo con l’associazione “10 Aprile”. Per ricordare i 140 morti , in piazza della Repubblica a Livorno sono state collocate 140 sedie vuote.

Da poco, da parte del Comune di Cagliari – anche per cercare di tenere bene accesi i fari sulla vicenda – c’è stata l’inaugurazione di una piazza dedicata alle vittime. Ma, oltre mezzo secolo dopo, manca ancora una versione ufficiale dei fatti. E, soprattutto, riuscire a definire i nomi di chi, in una delle peggiori tragedie del mare, ha una qualche responsabilità.

Luchino Chessa, presidente dell’ “Associazione 10 Aprile”, affida al suo profilo Facebook il ringraziamento alla commissione parlamentare. ”Il lavoro portato avanti in un anno comincia a dare i suoi frutti. La commissione sta facendo un lavoro molto complesso per provare a recuperare dagli atti giudiziari elementi aggiuntivi, anche ascoltando testimoni fino ad ora mai presi in considerazione. Ci sono evidenze che alcuni pezzi che costituiscono la verità non fanno parte del puzzle costruito nelle aule giudiziarie e ci sono tanti aspetti nella ricostruzione processuali che non convincono i senatori che con fermezza respingono l’idea di un errore umano dell’equipaggio del Moby Prince”



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