Paolo e Antonello Fresu

di Sergio Portas

San Carpoforo, chi era costui? Martire cristiano e legionario romano della famosa legione Tebana, quella fatta massacrare da Massimiano imperatore perché si era rifiutata di sterminare i cristiani vallesi (circa 300 d.C.). I suoi presunti resti, oramai assurti a rango di reliquia, per decenni sono stati contesi tra Como e Verbania, a Milano finì un avambraccio ai tempi del cardinale Borromeo. In Brera comunque c’è tutt’ora la sua chiesa sconsacrata, a due passi dalla famosa accademia sotto la cui giurisdizione si trova e, in grazia di ciò, viene usata per mostre concerti e quant’altro si inventi la fantasia dei sovrintendenti che la governano. Dal 3 al 30 di marzo l’Università di Milano Bicocca e l’Accademia di Belle Arti di Brera (per BRERABICOCCA 2017) hanno concepito un progetto espositivo multimediale, tra arte contemporanea e musica, ideato e realizzato da Antonello Fresu, titolo: “Offrimi il Cuore”. Antonello è dei Fresu di Berchidda, suo fratello Paolo con tromba e flicorno è artista di carattere internazionale, lui nasce psichiatra e psicanalista ma a furia di respirare l’aria che si respira al PAV (Progetto Arti Visive) di Time in Jazz, il festival che si svolge ad agosto nel paese gallurese ai piedi della catena granitica del Limbara fin dal 1988,e che si avvale del supporto di centinaia di volontari, giovani del paese ma anche provenienti da mezza Italia, a partire dal 2004 ha iniziato ad esporre opere video, installazioni, fotografie. Dicono le biografie che Antonello Fresu percepisce il proprio fare artistico come processo collettivo e non è raro, pertanto, nel suo lavoro, imbattersi in opere corali, dominate da una pluralità di voci e di presenze. Questa mostra è paradigmatica del suo operare: il progetto ha coinvolto in sessioni di improvvisazione dal vivo, registrate nell’arco di cinque anni, quaranta tra musicisti, danzatori, artisti visivi e “performer” (artisti in senso stretto) noti a livello internazionale. Ci sono i “nostri” Pinuccio Sciola, Antonello Salis, Gavino Murgia e, non poteva non esserci, Paolo Fresu, e poi da tutto il mondo, quasi tutti  jazzisti approdati a Berchidda nel corso degli anni, ma non solo.

Ognuno di loro è stato invitato ad “improvvisare” utilizzando come base ritmica, accanto al proprio strumento d’artista, che fosse pianoforte, violoncello, trombone o launeddas, ma anche solo voce o corpo, nella danza, il suono del proprio cuore, captato in diretta con un ecocardiografo nel corso di una performance (esecuzione), documentata con riprese video, registrazioni audio e fotografie. Ognuna tenuta all’interno di uno spazio buio, illuminato da una sola luce di uno spot, senza spettatori che non fossero i tecnici audio e video. Realizzando così quaranta video che, in questo caso, vengono trasmessi attraverso quaranta monitor di grandi dimensioni, tipo “quadri in movimento” che il pubblico guarda e ascolta attraverso auricolari posizionati in ognuna delle postazioni multimediali create appositamente per la mostra. Scrive Marco Senaldi, filosofo, critico d’arte che pubblica con Feltrinelli: “Cosa cambia nella prestazione artistica di un musicista se nel realizzarla è messo in condizioni di sentire “letteralmente” ciò che accade dentro di lui? E’ come fare e contemporaneamente vedere se stessi mentre si agisce, uno strano sdoppiamento a cui non facciamo più caso, anche se oggi è la regola, imposta o suggerita dai metodi stessi dei media audiovisivi”. San Carpoforo è al buio, ti pare di entrare in una fabbrica d’aerei d’anteguerra, solo in fondo dove era l’abside lo sguardo va perdendosi nell’antica cupola, tutt’intorno i video coloratissimi degli artisti, gli spettatori vi si aggirano come fantasmi metropolitani. Vado a sentire il battito del cuore di Gavino Salis mentre suona le sue launeddas, di Paolo Fresu con la tromba, le percussioni frenetiche di Antonello Salis, Pinuccio Sciola che accarezza le sue pietre e ne sprigiona lamenti materici. Sento che il battito del mio cuore vuole entrare in sintonia con il loro, seppure a frequenze diverse, un tentativo di penetrare il mistero della loro arte con strumenti che non sono solo visivi o auditivi, ma di tutto il corpo, davvero straniante. Antonello Fresu, rincorso da telecamere e microfoni si aggira nello spazio di penombre e risponde alle domande dei giornalisti. Mi dice che Offrimi il cuore è la sua prima personale, dopo che ha partecipato a diverse collettive, è stata presentata, dopo Berchidda, in primis all’Auditorium Parco della Musica di Roma e poi è volata in Svizzera e Belgio. Gli fa piacere se il pubblico interagisce con l’opera che ha in mente, come quella che va formandosi con la intera ricopiatura di un libro nel Museo Monumento al deportato di Carpi, lui ha scelto: “Se questo è un uomo” di Primo Levi: ognuno ne può ricopiare le pagine che vuole, con la sua calligrafia: ne scaturisce un libro che è uguale all’altro e non lo è, per intenzione di scrittura e per risultato finale. Qui a Milano, oggi 3 di marzo, anche il poeta Aldo Nove replica il concetto di improvvisazione poetica in risposta al suono del proprio cuore, e in più davanti ad un pubblico che lo sta ad ascoltare col fiato sospeso. E’ un flusso di coscienza dove una parola si articola con un’altra, impossibile da registrare sul taccuino del cronista. Nove lo ritrovo alla conferenza stampa che si tiene il 15 alla casa della psicologia in piazza Castello, uno spazio “magico” con le vetrate che ti portano in casa  la torre del Filarete della cittadella fortificata da Francesco Sforza intorno al 1450, a fare gli onori di casa Laura Parolin, dottoressa in psicologia all’Università Bicocca, Eraldo Paulesu, vicedirettore del Centro di Neuroscenze dell’Ateneo, Gabriella Bottini docente a Pavia in fisiologia e neuropsicologia, Antonello e Paolo Fresu. Non mi dilungo sugli  interventi degli psicologi che vertono per lo più nel contrasto tra elementi espliciti e impliciti del comportamento umano, per darvi conto del racconto che i fratelli Fresu hanno fatto di questa loro esperienza. Antonello, che ha concepito il progetto attuale, lo fa nascere dapprima in un grande spazio con al centro una poltrona illuminata da fioca luce. Chi voleva partecipare all’esperienza vi si sedeva, gli si applicava un fonendoscopio, e il soggetto poteva sentire il battito del proprio cuore amplificato. Un ritorno a un contatto primitivo, profondo. Il suono rimaneva nell’aria finché nella poltrona non si fosse seduta un’altra persona. Diventando così parte dell’opera con l’offerta del proprio cuore. Dopo ha pensato di invitare degli artisti, in uno spazio ristretto questa volta, quasi tornassero a quella prima volta in cui ebbero percezione di un suono, immersi nel liquido amniotico, il feto che ode il battito del cuore della madre e del suo. Voleva osservare le reazioni di coloro che lavorano sul ritmo quando venivano in contatto con il loro primitivo. Tutti i musicisti hanno portato qualcosa di estremamente personale, ognuno ha portato il suo sé. Dean Bowman, grande cantante di blues, si siede e non fa nulla. Emette poi un “OM” piano, poi sempre più forte, dopo quindici minuti era entrato in uno stato di trance. Gli levano il suono del battito del suo cuore e scoppia in un pianto dirotto. Paolo Fresu esordisce con: “La musica è un grande mistero, come la si fa, la si pensa, la si consuma. Perchè ci sono alcuni che non riusciranno mai a suonare uno strumento. Altri hanno la musica dentro. La sua stessa fruizione è personale, raramente io mi emoziono ai concerti dei colleghi, forse perché conosco troppo i meccanismi musicali e quindi non riesco a “lasciarmi andare”. E’ il mistero che sottende al rapporto tra l’emozione e la ragione. Lo stesso mistero che regola i cambiamenti che avvengono tra due concerti eguali in giorni diversi, prima funziona tutto, il giorno dopo no. Fondamentale è senza dubbio il legame che si instaura con il pubblico, da subito, senza intermediazione di sorta. In una scala di importanza, per me, al primo posto c’è il cuore, poi la mente. La parte emozionale è quella che mi intriga. E il suono è l’aspetto più importante, poi la melodia e il ritmo ma sopratutto il suono. Sapere che all’origine del mondo c’è un’assenza di suono ci fa paura. La stessa paura che mi invade quando inizio a suonare in un concerto. Poi ho il cuore come partner  che mi immette nella parte più emozionale di me e tutto fila liscio.” Questo pomeriggio toccherà a Paolo esibirsi con la sua tromba a San Carpoforo, i cavi elettrici sul cuore ad amplificarne i battiti dinanzi al pubblico dei presenti. In un’atmosfera di buio voluto, con la magia dei fratelli Fresu, sarà facile scambiare il battito del loro cuore con quello millenario della natia Gallura.



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