di Alberto Mario DeLogu

Il mantra è “visibilità”. La partenza del Giro d’Italia, agognata da anni e finalmente riportata in Sardegna in guisa di Sacro Graal, è «un’occasione straordinaria di visibilità». La “visibilità” è in cima ai pensieri e nelle dichiarazioni di politici e vari soggetti pubblici, e in ossequio ad essa si muove da mesi una macchina organizzativa da fare invidia a una visita di Stato. Nel ruolo svolto anni fa dai regnanti in visita, oggi è la televisione. È lei il veicolo che tutto crea e tutto legittima, il pubblico certificatore dell’esistenza in vita. Al di fuori di essa l’oblio e l’inesistenza.

Alghero, quell’Alghero placida che ondeggia in tarda primavera come una lancia da pesca in un acquerello di Simon Mossa, è apparsa per una settimana in televisione travestita da qualcos’altro da sé, addobbata di rosa come una sciantosa, tappezzata di marchi e patacche. E sulla bocca di tutti, un sorriso abbacinato e quella parola ripetuta ossessivamente: “visibilità”. Questo insistere collettivo evoca due riflessioni: la prima è che la nostra società sia ormai in balia completa del videor ergo sum, l’appaio dunque esisto. I giovani millennial vivono nell’illusione ottica che non esista realtà al di fuori di uno schermo.

Come in una Panem distopica, ormai non c’è più bisogno che il Capitol venga a vedere con i propri occhi: le sue telecamere fisse o mobili, su motociclette, elicotteri, droni o cellulari, sono onnipresenti e colgono ogni piega delle nostre esistenze. Ormai non basta più infiorare i davanzali: bisogna anche addobbare i ripostigli e vestirsi a festa anche per andare a letto. Non esiste periferia dell’impero tanto periferica da non essere televisibile. Tutto è controllabile. Soprattutto quando è l’indigeno ad offrire la propria vita e la propria privatezza sull’altare della “visibilità”. E qui la seconda riflessione: che la Sardegna soffra di una sorta di sindrome d’invisibilità. In psicologia sociale si chiama così l’effetto dell’emarginazione e della perdita di ruolo sociale nei confronti di una comunità più vasta.

Nel nostro caso l’Italia. Osservata e studiata soprattutto nei maschi neri americani, la sindrome d’invisibilità colpisce in genere gli immigrati e le minoranze e conduce a comportamenti reattivi quali la ricerca spasmodica di accettazione e riconoscimento. L’invisibilità è una forma di distruzione dell’identità, ma la risposta non sta nella ricerca di maggiore visibilità, quanto nel ritrovamento e nella riappropriazione di una propria identità autonoma. Non è cercando approvazione da parte di chi si dimostra incapace di vedere la Sardegna oltre lo stereotipo della Barbaria violenta e omertosa (ma così fascinosamente esotica) che si uscirà dallo stato di minorità psicologica, culturale e sociale nel quale versiamo, molto spesso senza esserne affatto coscienti.

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