di Sergio Portas

Come arrivo al museo del Novecento per il ciclo di approfondimento alla mostra “New York New York. Arte Italiana. La riscoperta dell’America” che tratterà di Costantino Nivola, da Olivetti ad Harward, ci sono solo Francesco Tedeschi e Kevin Mc Manus  che parlano con Giovanni Campus. Il primo è il curatore della gigantesca mostra di cui sopra: 150 opere esposte   in due sedi: al Museo del Novecento di piazza Duomo e alle Gallerie d’Italia di piazza Scala a Milano, il secondo anche lui docente d’arte della “Cattolica” è autore di studi sull’attività di Nivola nel contesto universitario  americano. Giovanni Campus è artista di Olbia ( vi è nato nel ’29 e l’ha lasciata nel ’48) e sono cinquant’anni che espone i suoi lavori nell’universo mondo (a New York negli anno ottanta-novanta). La sua prima personale a Livorno è del 1964, l’ultima a Legnago l’anno scorso, nel 2015 era al museo della Permanete a Milano. Mi racconta di Costantino Nivola e della loro amicizia milanese, episodi che, a suo dire, non meritano di finire tra le righe di un articolo giornalistico. A parlarci con trasporto di un Nivola “inedito” sono Giuliana Altea, presidentessa dell’omonima fondazione e Antonella Camarda, direttrice del museo Nivola di Orani, un museo monografico che definiscono col termine di “bel gioiello”, meritevole d’una visita che non può lasciare indifferenti e in seguito a una “rinascita” che l’aveva visto quasi soccombere  dopo che, nel settembre del 2011, 15 opere venivano trafugate, le telecamere messe furi uso.

“È lo scandalo che porta il museo a ripensare il rapporto con la propria comunità: da dove sono arrivati i ladri? Da quanto lontano? Chi sa e chi non dice? Dove ha fallito il museo nel costruire un legame forte con chi vive nello stesso territorio, nel comunicare che ciò che è sotto la custodia del museo è in realtà un bene comune?” Si legge nell’”Home Page” del Museo. Giuliana Altea, storica e critica d’arte, la insegna anche all’università di Sassari, racconta di quanto sia mutata la percezione dell’artista di Orani da quando il museo ha smesso di somigliare ad una chiesa che mettesse in mostra solo sculture di “grandi madri”. Nivola era nato nel 1911, quinto di dieci figli di un muratore, dopo le scuole elementari è manovale col padre e i fratelli. Ma era bravo a disegnare tanto che il pittore sassarese Mario Delitala ( considerato uno dei più grandi incisori italiani del Novecento) lo volle con sé come apprendista quando ebbe l’incarico di affrescare l’aula magna dell’università della sua città. Nel ’36 Nivola è alla Triennale di Milano, l’anno dopo all’Expo di Parigi. Diventa “Art Director” all ‘Olivetti, e ne sarà il grafico per vent’anni. A Parigi frequenta artisti sardi in odore di comunismo e, orrore e scandalo per le fascistissime leggi sulla “difesa della razza italiana” che il nostro Duce promulgò nel novembre del 1938 (precedendo in questo obbrobrio perfino l’amico tedesco) sposa in quell’anno Ruth Guggenheim, il viaggio di nozze ad Orani. La partenza per New York è dell’anno dopo, l’anno prima l’assassinio dei fratelli Rosselli in Francia. A Parigi Nivola collaborava al giornale di “Giustizia e Libertà”, sa che anche lui è nel mirino dei camerati di casa nostra. Tocca andare di fretta nel seguire l’argomentare dell’Altea che dice di “un’arte pacificatoria quella di Nivola”, dell’incontro con Le Corbusier nel ’46 con la conseguente  sperimentazione di cubismo e surrealismo. Nel frattempo l’acquisto di una casa a Long Island, con un ampio giardino che diverrà un “open rooms” dove si sperimenteranno e pitture murali e “sand casting”, colate di cemento su forme disegnate sulla sabbia. La tradizione popolare sarda sempre presente, in giardino anche un forno sardo. Nel ’53 pubblica su “Interiors” il progetto “Pergola Village-Vined Orani”: si trattava di lasciare che spontaneamente tutti i pergolati d’uva delle case del paese si intrecciassero a formare un reticolo verde che tutte le unissero, ogni  casa dipinta di bianco, le macchine fuori dal centro abitato (su You Tube si può vedere Costantino Nivola che tuona in proposito). E’ per una nuova concezione del vivere un paese, una città, progetta centri civici democratici, fontane musicali monumentali, il suo progetto di “muratore di Orani” doveva avere l’altezza di un palazzo di dieci piani, non fu mai realizzato. E’ a Kevin McManus che tocca puntualizzare l’importanza di questa visione artistica, di cui si conserva la memoria nell’università di Harward, dove lui fu chiamato come docente a contratto da Josè Luis Sert, preside di istituzioni di design dell’ateneo nel 1954. Divenne direttore del Design Workshop dell’università, in pratica un corso preliminare per design, architetti, urbanisti. Con l’apertura di un vero e proprio laboratorio che si realizzò due anni dopo. Nel 1958 ad Orani esegue il graffito della chiesa di Sa Itria, la tomba della madre e del fratello e una serie di sculture che espone nelle strade del paese. Il modello del monumento ai caduti nell’isola di Batan -Corregidor, per un concorso cui partecipa assieme a Richrd Stein è dello stesso periodo, ed è esposto alle Gallerie d’Italia, prestito del museo di Orani. Un anticipo di quella che sarà denominata “land art”, forma d’arte caratterizzata dall’intervento diretto dell’artista su spazi incontaminati, come deserti, laghi salati, praterie: in questo caso fu scelta un’isola (casualmente?). Altro “pezzo forte” dell’artista di Orani esposto questo al Museo del Novecento è un grande quadro del ’79 intitolato “The unbelievable city”: una città incredibile: 152X122 centimetri di tela quasi interamente solcata da linee nere aggrovigliate in cui si possono scorgere forse e a malapena grattacieli e persone, tavolini e macchine, uniche piccole punte di colore quelle di una dozzina di bandiere appese a finestre indistinguibili. Anche esso tornerà nella sua sede naturale del Museo di Orani che, dice Antonella Camarda “riflette la dinamica del locale-internazionale, globale”. Originariamente nell’antico lavatoio del paese, ora sono tre padiglioni molto diversi l’uno dall’altro, intorno tutto un parco, sullo sfondo il paese. Il rischio era che divenisse una sorta di Acropoli, quasi un mausoleo per il ricordo. E il fatto che Ruth, la moglie di Nivola, fosse una donna di grande temperamento e personalità contribuì a costruire la fama dell’artista di Orani come mero scultore di figure di madri e vedove. Visto che sopratutto queste furono regalate all’inizio al museo. Che ora ci restituisce un’immagine più completa del lavoro di Nivola. Intanto e non poco rilevante è il nuovo allestimento che si deve all’inventiva dell’architetto Alessandro Floris. L’idea dell’accessibilità, anche fisica, per i portatori di handicap. E’ cronologico e tematico, nelle sue varie fasi: apre col negozio Olivetti e finisce con l’Utopia: i progetti mai realizzati. Uno per tutti: il monumento ad Antonio Gramsci ad Ales, figura con cui Costantino Nivola tendeva ad identificarsi. Le mostre temporanee sono allestite nel vecchio lavatoio: Salvatore Fancello e Andrea Branzi nel 2016, “Paparazzi” di Armin Linke fino all’11 giugno 2017. A tirare le conclusioni arriva anche Anna Maria Montaldo, neo direttrice dei tre musei civici cittadini afferenti al polo arte moderna e contemporanea di Milano, nel flusso dei nuovi direttori sfornati a ritmi forsennati dal Ministero dei beni Culturali targato Franceschini.

62 anni, nata a Cagliari dove si è laureata in Lettere e Filosofia, dal 1987 a capo dei musei civici cagliaritani di cui ha curato il progetto scientifico, l’allestimento e il coordinamento editoriale della Collezione Civica degli Artisti Sardi del Novecento, ha avviato l’attività di didattica museale e seguito l’acquisizione, il restauro e la musealizzazione della collezione Ingrao. Bontà sua quando dice che molte delle cose del Nivola-americano le erano del tutto sconosciute. Così è per Francesco Tedeschi per cui la mostra ha anche un valore sentimentale, lui che ha conosciuto sia Nivola che la moglie Ruth. E ci fa da cicerone per la sua mostra questo critico-gallerista che si muove per Milano con bicicletta e portapacchi, raccontandoci le peripezie che ogni singolo quadro si porta dietro prima di arrivare alla destinazione finale di una parte piuttosto che un’altra. I De Chirico vicino ai Fortunato Depero, e poi ancora Afro e Lucio Fontana, Emilio Isgrò, Arnoldo Pomodoro e Mimmo Rotella. Al quinto piano (o al sesto?) le fotografie di Ugo Mulas, in bianco e nero gli studi newyorchesi dei vari Newman, Rauschenberg, Wesselman, unica eccezione colorata per un Andy Warhol dall’aria perennemente annoiata. I Boccioni  i Balla i Carrà i Morandi ( un bel Guttuso) al museo di piazza Scala. Tra questi giganti dell’arte italiana del Novecento anche Costantino Nivola, questo figlio di un muratore che ha finito per insegnare design ad Harvard, per meglio conoscerlo occorre fare tappa a casa sua, ad Orani, nel vecchio lavatoio, sullo sfondo i calcari del monte Gonare, in vetta la chiesa della Vergine col Bambino, nelle giornate più terse dal santuario, a oriente ed occidente, si vede il mare.



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