di Marcello Atzeni

Voi che guardavate il Festivalbar e Dallas;

io che ascoltavo De André e leggevo “L’origine delle specie”.

Voi che alla domenica andavate allo stadio per vedere Gigi Riva;

io che avevo il mio Sant’Elia in piazza di chiesa e la partita della vita era ogni giorno, uno contro uno, da porta in porta e ovviamente i portieri erano volanti.

Voi che i giorni di maestrale andavate al Poetto con gli aquiloni e il windsurf , io che negli stessi giorni mandavo a fare quattro passi tra le nuvole i  sacchetti di plastica che viaggiavano alla ricerca di mondi lontanissimi.

Voi che andavate a Monte Urpinu per passeggiare;

io che dopo Rin Tin Tin, esportavo la mia voglia di west, dietro alla chiesa,  nel vecchio cimitero, dove c’era sempre un indiano da accoltellare.

Voi che crescevate persiani e canarini nella terrazza di casa;

io (e mio fratello) che allevavamo cornacchie e falchetti e la incredibile crudezza di vedere i loro artigli espropriare la vita a lucertole e altre prede gustosissime;

io, che con molta paura, mi arrampicavo con l’agilità di un bradipo sugli alberi d’ulivo e tra le vecchie pareti di pietra, per trovare un nido di passero o storno e capire dalla quantità di piume che colonizzavano il loro esile corpo se fossero già atti al volo.

Io che andavo alla ricerca di me stesso in queste colline brulle, brutte come la morte, ma dalle quali ho tratto ispirazione.

Voi che tutti lindi e col vestitino buono andavate all’oratorio, in pasticceria e alla feste comandate (dagli altri);

io che alla domenica, lindo comunque, assieme a mio fratello Marco e mio nonno Peppino, dopo l’uscita dalla messa, andavamo a “murzare” con una testina d’agnello e un bicchiere di malvasia.

Voi che al pomeriggio andavate a farvi compulsivamente le vasche; io che,  iniziavo, altrettanto compulsivamente, a guerreggiare, a suon di carongius (sassi), per cercare di rompere la testa ai miei amici.

Voi che andavate al mare  a fare  i bagni di sole, sale, sabbia; io che andavo a rubare albicocche, quasi completamente acerbe, immangiabili di fatto, ma che avevano la sapidità eccelsa per aver fregato  “su meri “, in quel momento assente.

Voi che negli anni settanta andavate ai primi club per ballare, “Lady Marmalade” o “Born to be alive “; io che aspettavo la festa di Santa Margherita, per vedere gli altri ballare, con la speranza che dalle tasche pregne gli cadesse qualche moneta  da cento lire.

Voi che cominciavate  ad andare ai concerti rock, seppure con babbo e mamma; io che rimiravo il suonatore , un tutt’uno tra mani frenetiche  eccitanti la fisarmonica e le sigarette pendule che gli ricoprivano le scarpe di cenere.

Voi che e io pure, ci siamo cresciuti addosso,  tutto d’un fiato e non a piccoli sorsi interrotti.

Perché il tempo non si è fermato .

Né al Poetto , né a Baradili.



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