di Adriano Masia

A Borore, si è svolta la cerimonia di premiazione dell’edizione n. 4 del “Premio Nino Carrus”, organizzato dall’omonima associazione. Il tema del concorso di questa edizione era “Il declino e lo spopolamento dei piccoli paesi della Sardegna: idee, progetti e buone pratiche a supporto della loro rinascita”. Oltre a due premi per l’elaborato che trattava l’argomento in maniera più completa e per quello che esprimeva la maggiore originalità delle proposte attuabili, si è aggiunto un premio speciale “Tirrenia” offerto dall’omonima compagnia di navigazione. Emblematico.

Sono state dette tante cose interessantissime, analizzando tantissimi aspetti di un problema che ormai, come è giusto che sia (visto che la Sardegna è una regione formata essenzialmente da paesi, o come dice il caro professor Antonello Sanna “la regione delle 7 città e dei 370 paesi”, ovviamente a dispetto dei dati demografici), si trova al centro delle diverse agende politiche e di cui si conoscono ormai quasi inconfutabilmente le cause, almeno quelle più prettamente “politiche”.

Come però dice giustamente Emiliano Deiana, seppure senza prescindere da motivazioni politiche (mancanza di lavoro, di servizi, di opportunità), al centro di un processo e di un problema del genere, ci devono necessariamente essere le persone. E ogni singola persona ha una storia a sé, in cui sicuramente tali motivazioni si ritrovano, ma all’interno di tantissime altre, fatte di stati d’animo dovuti a situazioni particolari di paese, di famiglia, di aspirazioni personali, di predisposizioni soggettive, di momenti, di occasioni, di casualità.

Lo scorso dicembre, assieme al gruppo folk del mio paese, abbiamo vissuto per la prima volta, un’esperienza al di là del mare, andando a visitare uno dei tanti circoli sardi in Svizzera, a Losanna, in occasione dei 50 anni della sua fondazione. Seguendo con interesse le vicende dei nostri piccoli paesi e l’evoluzione della nostra “paesitudine”, la prima cosa che ho pensato ancor prima di partire è: “andiamo a vedere dove vanno i sardi dei nostri paesi che si spopolano, cosa fanno, come stanno”. E quale migliore occasione se non una festa tutta sarda?

Un caro amico di un paese vicino ha vissuto la stessa esperienza l’anno scorso, ma “…la vostra sarà diversa perché, andando in nave, farete proprio il viaggio dell’emigrato sardo in Svizzera”. E così è stato!
Partenza da Porto Torres, con traghetto Tirrenia: emblema delle migrazioni dei sardi. Immedesimandomi in un emigrante, la prima sensazione è il magone di noi sardi quando dal ponte della nave vediamo materialmente la nostra terra che si allontana. Nel salone bar incontri persone di ogni tipo, che tornano “in continente” dopo qualche giorno di ferie in patria, che vanno alle fiere agroalimentari a promuovere i propri prodotti, che lavorano nel settore dei trasporti. “Di dove sei?” “Ah si?..E lo conosci Tizio? Eravamo compagni militari… Io sono di…”

Lungo viaggio, il clima sardo caldo e umido lascia il posto a un freddo pungente, ma secco, bello. E dopo centinaia di chilometri di paesaggi montani, ormai vicini alla destinazione, prima tappa: c’è un gruppo di nostri amici che ci aspetta al bar, vicino al confine, poi ci accompagnano a destinazione. E qui inizi a toccare con mano il calore dei sardi, ma un calore diverso, amplificato, forse, proprio dalla distanza dalla nostra isola. Sensazioni che proveresti con un amico di sempre che vedi pochissimo, e che invece provi con un sardo appena conosciuto, che solo perché sardo ha qualcosa da condividere con te. Brindisi di rito, veloce ma intenso, calendario dell’Ardia di Sedilo appeso alla parete, birra Ichnusa, con un sapore diverso. Si riparte.

Si arriva a destinazione e ci si presenta, ci si conosce, si fa amicizia. Subito. Cena di benvenuto, richiami alla Sardegna in ogni momento, ma anche riferimenti alla Svizzera, giustamente. Il giorno dopo è il grande giorno: la Festa, i 50 anni della fondazione del circolo. Cena sarda tipica, balli, festa bellissima, tanta gente, tutti sardi, da tante parti del Paese, che ci raccontano le loro esperienze. Tantissime emozioni in pochissime ore. Chiacchierate, ricordi, tradizioni e usanze dei luoghi di origine.

Dopo una tale tempesta di emozioni, il lungo viaggio di ritorno mi riporta alle mie riflessioni e a cercare di capire il perché di tali emozioni.
Abbiamo visto uno dei posti in cui vanno i sardi dei nostri paesi, abbiamo visto cosa fanno e come si trovano. Ma la domanda è: avranno mai pensato di tornare in Sardegna? E se si, a quali condizioni?

Sentendo vari frammenti delle storie delle persone si scopre una miriade di situazioni: c’è chi dice: “sono qui, dovevo starci 5 anni, poi ne sono passati 25, ora non saprei…”; oppure c’è chi ha realizzato delle cose importanti e ha proprio “messo radici”, anche se torna più volte all’anno in Sardegna; c’è chi ha idee ancora “in progress” e c’è anche chi non ha proprio intenzione di tornare, se non una settimana all’anno massimo. Il denominatore comune di tutte le storie è però l’orgoglio tutto sardo di farti capire e percepire che hanno realizzato qualcosa di importante, che si sta bene anche lontano dalla Sardegna, anche se sempre con un pizzico di nostalgia, anche questo tutto sardo, per la nostra terra.

In mezzo a tante storie, fra situazioni, circostanze, casualità, dalle più generali alle più particolari, personali, la mia percezione personale, che più di altre mi colpisce, è che per il sardo emigrato, appunto, la Sardegna è come quella donna che hai sempre corteggiato da ragazzino e che in qualche modo ti ha sempre respinto, salvo poi curiosare, scrutare quello che fai ora, che vita vivi, se sei felice e realizzato, e magari pensare “chissà, forse se non ci fossimo allontanati avremmo realizzato qualcosa di importante anche noi, qui, assieme”.
E dall’intimità di questa percezione, scaturisce la reazione di ognuno, altrettanto intima e personale.



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