di Tonino Oppes

Si va al cuore del Barigadu, in provincia di Oristano, in un’area cara a Eleonora d’Arborea, dentro un paesaggio collinare interamente dominato da querce secolari.

Lasciato il centro di Ardauli, mille abitanti, antiche case costruite in tufo trachitico e spesso realizzate da picapedras locali, si sale in direzione dell’altopiano, verso il Monte santa Vittoria. La strada è comoda e offre ad ogni angolo panorami mozzafiato. La vallata è sotto di noi, godibile in tutta la sua ampiezza.

Visto dall’alto, il lago Omodeo, regala emozioni uniche. Vi si affacciano otto paesi, con una grande storia alle spalle e un futuro sempre più incerto. Qui i segni dello spopolamento sono più marcati che altrove.

Si sale ancora, fino ai 600 metri, alla ricerca dei palmenti, sos lacos de catzigare, prime vasche per la lavorazione del vino che gli archeologi fanno risalire al secondo secolo avanti Cristo. Gli uomini di allora conoscevano l’uva e ne bevevano il succo. Non doveva essere qualcosa di straordinariamente buono tanto che i Romani, ma anche gli stessi Sardi, lo addolcivano con abbondanti dosi di miele.

 Se ne trovano un centinaio nell’Isola e molti sono sparsi proprio in questo territorio, tra i numerosi vigneti, allevati ad alberello, in cui si coltivano Bovale, Semidano, Vermentino e Nasco.  

“Questi reperti, forse anche perché poco noti, sono stati considerati meno nobili di tanti altri da un punto di vista archeologico. Eppure offrono materiale inesauribile a chi vuole ricostruire la storia della vite in Sardegna che risale, come confermano le più recenti scoperte, al periodo nuragico”.

La nostra guida è Cinzia Loi, ardaulese doc, archeologa e insegnante di Lettere nelle scuole medie. Da alcuni anni combatte una singolare battaglia per il recupero e il censimento di quei manufatti utilizzati, anche in epoca recente, per lo schiacciamento delle uve.

“La vasca di raccolta – mi spiega, davanti a unu lacu - ha una profondità media di 40 cm; spesso ha forma rettangolare o ellettica; alla base ha sempre un piccolo fosso utile per la raccolta del liquido. Dunque la tecnica di vinificazione si basava principalmente sulla pigiatura con i piedi dopo che le uve venivano ammassate dentro sacchi di lino a maglie larghe. Poi il mosto, raccolto in otri, veniva trasportato a casa a d’orso d’asino e sistemato in sas cubas per la fermentazione.”

Proprio con l’intento di recuperare quei pezzi di memoria, che rischiava di andare perduta, nel 2005 è nata l’associazione “Paleoworking Sardegna”, di cui fanno parte numerosi giovani della zona e di altri centri dell’Isola: tutti uniti dalla comune passione per l’archeologia e la botanica. Si ritrovano in un vecchio casolare ben restaurato, di proprietà di una cooperativa sociale, a due chilometri dal paese. La zona è chiamata S’Irighinzu, dal nome di una pianta che, intrecciata con rami di lentisco, veniva utilizzata per la preparazione di cestini da frutta.

S’irighinzu è diventata la base operativa, il punto di partenza del lavoro di ricerca per la catalogazione di specie vegetali e soprattutto di quelle antiche vasche che sono passate inosservate, a lungo. “Tutto questo, precisa Cinzia Loi, è importante per capire quali erano i sistemi di produzione del vino in anni lontani. Sono piccole, ma preziose testimonianze della nostra civiltà contadina che è arrivata fino a noi, attraverso i millenni: perché perderla?”

Per dare maggiore visibilità al progetto, i giovani di Paleoworking Sardegna promuovono da otto anni una rassegna di tre giorni, che comprende escursioni e dibattiti e si conclude con un incontro al quale partecipano alcuni tra i più autorevoli esperti delle diverse discipline: docenti delle università di Cagliari e Sassari, archeologi, geografi, enologi, botanici, giornalisti. 

La manifestazione è diventata un punto fermo dell’originale offerta culturale dell’Associazione di Ardauli che, ormai non più in segreto, custodisce un grande sogno: riportare i paesi che si specchiano sul lago Omodeo, (Soddì, Boroneddu, Tadasuni, Sorradile, Nughedu Santa Vittoria, Ulatirso e Bidonì), al centro di un dibattito sullo sviluppo turistico di un territorio ricchissimo, che può contare sulla bellezza dei luoghi e sulla forza della sua storia.

Il paesaggio e la memoria come occasione di riscatto. Chissà, un giorno! Intanto è importante crederci; soprattutto bisogna insistere lavorando, tutti insieme, nella stessa direzione.

Qui, in questo spicchio del Barigadu, ancora nascosto da prolungati silenzi, si sfogliano alcune delle pagine più belle e suggestive dell’Isola, grazie ad un territorio che offre boschi, un paesaggio d’incanto disegnato dal fiume e dal lago,e decine di chiese, una più bella dell’altra, costruite in stile romanico o gotico catalano; poi, ecco i numerosi siti archeologici, con le domus de janas, i nuraghi, le tombe dei giganti e, ora, i palmenti  che tutti ancora chiamano, seguendo l’antica parlata locale, lacos de catzigare.

Ad Ardauli, quei manufatti di pietra, costruiti oltre duemila anni fa per la lavorazione del vino, rappresentano un pezzo di storia che non può essere assolutamente dimenticata. Anche perché appartiene a tutta la comunità.  



5 Commenti to “SOS LACOS DE CATZIGARE: ALLA SCOPERTA DEI PALMENTI, TESORI NASCOSTI DEL BARIGADU”

  1.   Giuseppe Puliga Says:

    Rùjos pees chi ballant …

  2.   Federico Podda Says:

    Ma non credo che lo addolcissero con il miele, secondo me il miele serviva per aumentare la fermentazione Delle uve e dare grado zuccherino al vino.
    Probabilmente le tracce analizzate se contenevano livelli di sostanze ascrivibili alla presenza di miele, sono riferibili a vino non ancora maturo.

  3.   Tonino Oppes Says:

    Secondo gli archeologi, il vino allora non doveva essere un granché. Per questo veniva tagliato con l’acqua e addolcito con il miele. Qualcuno cercava di migliorarlo anche aggiungendo aromi al mosto. Ma si’, l’enologia ha fatto progressi.

  4.   Federico Podda Says:

    Mi sembra strano che in Sardegna nn ci fosse una cultura enologica già ben avviata, visto che già in epoche nuragiche c’era il ” culto” del vino, prova ne è il torchio nuragico rinvenuto a Monastir.
    Non mi permetto di dubitare i nostri studiosi ai quali mi inchino e ringrazio per tutto quello che fanno in ambito di studi, volevo solo capire in base alle mie elementari conoscenze.

  5.   Freya Lucia Crobe Says:

    Anche i romani addolcivano il vino con il miele.

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