ph: Antonietta Langiu

a cura delle sezione culturale del Circolo Sardi d’Abruzzo e Molise Shardana

con il contributo di Antonietta Langiu

 “Ti sei mai chiesta perché viaggiamo? Perché c’è questa spinta insopprimibile?Viaggiamo perché in noi c’è l’ansia di ritrovare una parte di noi stessi, ma c’è anche l’ansia dell’infinito”. “Tessiture di donne” è una storia di donne con fragilità e debolezze, ma anche forti e coraggiose alla ricerca del senso della vita, e il viaggio ne diventa spesso un mezzo. Storie parallele, in particolare di tre donne, che si sviluppano in tempi e luoghi diversi per età ed esperienze, che si confrontano senza giudicarsi, che si capiscono e si comprendono. Legate da un filo sottile e insieme saldo che le riporta alle origini, alla propria terra isolana, e a quel sapere tramandato oralmente da antiche donne matriarche che avevano maturità, saggezza e una robusta dignità personale. Le unisce quel sentimento chiamato “sarditudine”, un misto di forza e di orgoglio nel riconoscersi figlie di una stessa gente dura e determinata che ha saputo reagire alle sconfitte e alle tante sfide della  vita. “La forza delle donne… so che può fare molto se esse credono in se stesse, nella propria dignità di persone che vogliono avere voce in questo nostro mondo travagliato… “

Mi piace usare un’espressione non mia, letta da qualche parte tempo fa: “Altrove vado, nella mia terra ritorno”. E ogni volta è come se fosse la prima, dopo un innumerevole numero di viaggi. All’inizio la sensazione di “perdita” è lontana, ma quando sono nell’isola e ne avverto i profumi e i colori, particolari ed unici, sento che molto di “mio” non c’è più, che molto ho perduto in questi anni di assenza. So però che la Sardegna è stata ed è per me maestra e culla di apprendimenti, e anche un insieme di sentimenti lunghi una vita. Ed è lì che ho imparato cosa è l’amore e cosa l’amicizia. Per questo forse c’è sempre qualcuno di quegli amici fraterni a ricordarmi che niente è mai perduto: è solo il tempo che scorre via, ma i legami forti restano vivi.

Vicino alla mia casa nelle Marche, nella strada Prati che porta verso le rovine della chiesa La Madonna dei Lumi, di cui si è salvata solo la facciata romanica, c’è una scarpata dove crescono delle agavi enormi; le stesse che vedevo da bambina lungo un viottolo che portava a sud, fuori del mio paese sardo, verso la stazione ferroviaria. Improvvisamente quelle piante innalzavano verso il cielo, come un inno alla vita e all’amore, il loro fiore bianco, svettante ed enorme. Era il segnale, un po’ assurdo della loro fine. Appassiva il fiore, moriva la pianta. Ma non era una morte eterna; subito dopo, attorno alle foglie in disfacimento, piccole agavi disposte quasi a raggiera nascevano miracolosamente. Un giorno anche loro sarebbero fiorite.

Questo è la vita: un legame lungo, profondo e indissolubile con la morte. Accettare ciò significa vivere secondo una legge di natura, così come andare e tornare in un luogo amato, mai davvero perduto.

Scrivo sempre le mie impressioni, ovunque vada, tenendo nel cuore la mia terra, luogo magico del mio “paesaggio” interiore. Scrivere è, ed è stato, importante per me: fa parte della mia vita, mi piace farlo e mi fa stare bene, e ciò fin dall’infanzia. Scrivere e raccontare è un viaggio verso l’io più profondo e verso le parole per dire di quell’io, ma è anche, spesso, desiderio di “tornare a casa”.

Quando la vita ci porta lontano, specialmente noi sardi, ci sentiamo divisi; disterru, lo chiamava Emilio Lussu. Una parte se ne va e l’altra rimane radicata alla terra dei padri, che diventa simbolo di immutabilità e di permanenza. In realtà tutto cambia velocemente, ma la ricerca di se stessi e della propria identità ci salva dal tempo e dal mutamento attraverso la memoria. “Noi siamo quello che ricordiamo; il racconto è ricordo e il ricordo è vivere”, diceva il poeta Mario Luzi.

Raccontare come modo per pensare, dialogare, riflettere, riallacciare vincoli… ma anche raccontare per amore, perché è l’amore che alimenta la memoria e la fantasia.

Il tempo, assieme a quello della memoria, e quindi del viaggio nel tempo, è spesso il tema dominante  della mia scrittura; un tema essenziale che riguarda ogni uomo, perché è il tempo che costruisce i confini della vita ed è il tempo che la consuma.

Scrivere è vivere.

Niente a che vedere con le librerie… e la pubblicità.

Scrivere è essenzialmente due cose: necessità espressiva dell’anima e desiderio di testimoniare, che talvolta può deteriorarsi in “vanità” di pubblicare la propria opera… che spesso diventa un genere non più letterario, ma merceologico.

Nella nostra società è minacciata la memoria linguistica e culturale: la si vuole cancellare; i poteri politici ed economici intendono farci diventare dei soggetti passivi che producono e consumano, senza memoria, quindi senza la libertà di usare il cervello. Chi scrive ha invece precise responsabilità: bisogna essere consapevoli di quello che si vuole fare con le parole. Nel mondo espressivo, trasformato e condizionato nell’ultimo secolo dall’immagine filmica, televisiva e tecno-informatica, occorre ribellarsi alla logica del “mercato” della scrittura  di “composizione”  (troppo spesso di nomi illustri),  trascurando quella vera, di “creazione”.

“Scrivo/ per ritrovarmi/ per riconoscermi/ nel cammino già fatto/ nel viaggio della vita./ Scrivo/ per raccogliere/ le forze/ come fossero coralli/  sulla spiaggia./ Ne faccio tesoro/ per provare a creare/ immagini nuove/come facevo da bambina/ quando il cielo splendeva/ sulla rena ardente/ affacciata sul mare/ che guardava lontano.”

Antonietta Langiu

 

Antonietta è nata a Berchidda, il 3 maggio 1936, da una famiglia di pastori-contadini. Dopo il diploma, si scrive all’Università a Cagliari, poi lascia la Sardegna, per seguire il marito nelle sue Marche, dove vivono insieme da oltre cinquant’anni. “È stato come staccarmi da una parte di me stessa, e forse è per questo che i miei scritti parlano quasi esclusivamente della Sardegna”. L’amore per la scrittura si sviluppa in Antonietta fin da bambina, preferendo il foglio al dialogo. L’abitudine non l’ho persa, ma solo molto tardi ho dato un significato alla mia scrittura. Devo all’amica Joyce Lussu, alla sua stima e al suo sostegno, la pubblicazione dei miei primi racconti: Sa contra”. Deve invece la sua capacità di affabulare e di raccontare alla nonna Nedda, personaggio chiave nella vita della scrittrice e protagonista del suo romanzo Sas paraulas – le parole magiche. Un’altra donna rilevante nella vita di Antonietta Langiu è la madre Zana, alla quale dedica nel 2005: Lettera alla madre.  “… un libro molto sofferto, che avevo iniziato a scrivere durante la sua malattia, mentre andavo e tornavo dalla Sardegna”.  Vivere, secondo la scrittrice berchiddese, è comunicare con gli altri, “…nell’incontro ognuno prende e allo stesso tempo dona qualcosa di sé, mi ha detto un vecchio saggio che ho incontrato nel mio penultimo libro, Lungo il sentiero, in silenzio”, ma soprattutto con se stessi; e ciò per riannodare i fili con il proprio passato, non tanto per i fatti accaduti, quanto per i sentimenti e le emozioni provate. “Scrivere è viaggiare, fare un percorso; e raccontare come modo per pensare, dialogare, riflettere, riallacciare vincoli… ma anche raccontare per amore, perché è l’amore che alimenta la memoria e la fantasia.”



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