le immagini pubblicate in questo articolo sono di Marcello Puddu e Alma Lombardi

di Cinzia Loi

Regione storica del Barigadu, territorio di Ardauli (Or), Sardegna centrale. Una natura incontaminata – a tratti selvaggia, in cui predomina la macchia mediterranea con querce da sughero, lecci, cisti e lentischi – custodisce da millenni un immenso patrimonio. Le prime tracce di frequentazione umana sembrano risalire al Neolitico recente, caratterizzato in Sardegna dal diffondersi della Cultura di Ozieri (IV millennio a.C.). Lo testimoniano le numerose tombe ipogee a domus de janas, le “case delle fate” della tradizione popolare, meglio conosciute ad Ardauli come sos musuleos, i mausolei, tipiche appunto del Neolitico sardo. Le domus de janas costituiscono senz’altro l’elemento peculiare del patrimonio archeologico del Barigadu. Si tratta in prevalenza di ipogei raggruppati in piccole necropoli distribuite sull’intero territorio, cui facevano riferimento gruppi umani di consistenza limitata riuniti in modesti agglomerati abitativi.
Nella Sardegna prenuragica i principali elementi dell’architettura civile (dimore, edifici di servizio…) venivano realizzati in materiale deperibile e sono in parte documentabili proprio attraverso le rappresentazioni scolpite in rilievo, più raramente incise o dipinte, all’interno di alcune di queste tombe a grotticella. Il fenomeno della trasposizione nella viva roccia di parti strutturali della casa dei vivi, per consentire al defunto una simbolica continuità di vita oltre la morte, interessa duecento tombe fra le circa tremilacinquecento domus de janas censite finora in tutta l’isola. Gran parte delle tombe ipogeiche di Ardauli mostrano rappresentazioni dei soffitti che variano a seconda dello schema planimetrico; le pareti appaiono decorate da zoccolature e semipilastri in leggero rilievo o da riproduzioni di falsi architravi e di piccole nicchie per deporvi le offerte funerarie. Più spesso gli elementi architettonici si riducono a semplici cornici e rincassi che delimitano i portelli d’ingresso delle celle. I pavimenti risultano scompartiti da setti divisori e, talvolta, da lettucci funebri. Alla sfera del sacro rimandano le fossette votive, le coppelle e le tracce di pittura rossa color sangue, simbolo di vita e rigenerazione.

Fra i musuleos di Ardauli, di straordinario interesse, non solo per la particolarità dei motivi architettonico-decorativi riprodotti sui soffitti e sulle pareti degli ambienti principali, ma anche per il fatto che tali motivi sono resi simbolicamente tramite pittura rossa (forse ocra), è la Tomba di Mandras, dal nome della località non lontana dal centro principale del comune. In Sardegna si contano centosette domus de janas dipinte, ricadenti per lo più all’interno della provincia di Oristano. L’ipogeo di Mandras, pluricellulare e dalla planimetria articolata, si apre alla base di un affioramento di tufo trachitico (vicino si nota bene il tentativo di escavazione di una seconda grotticella). Al suo interno coesistono, oltre a quelle che richiamano semipilastri e finte nicchie, le rappresentazioni dipinte di due tipologie di soffitti: ellittica nell’anticella; a uno o a due spioventi con lati brevi arrotondati nella cella principale. Il soffitto dell’anticella è segnato da sei travetti dipinti di rosso, tre per lato, che convergono verso una banda circolare appena visibile e che rappresenterebbe il sistema di legatura dei travetti stessi. Nel soffitto della cella principale è invece rappresentato il tetto a uno o a due spioventi con lati brevi arrotondati, reso da fasce di colore rosso. Ma l’impatto più emozionante viene dal motivo dipinto “a reticolo” presente sulla parete d’ingresso e in parte sulle pareti laterali della cella principale, ottenuto con fasce orizzontali e verticali di colore rosso. Allo stato attuale delle ricerche, il motivo a “reticolo” costituisce un unicum, per le dimensioni eccezionali e soprattutto per il fatto di essere reso tramite pittura: il motivo riprodurrebbe – pur in assenza di confronti sicuri – l’intelaiatura delle pareti della capanna preistorica, costituita da pali sistemati sia in senso verticale che orizzontale. Non è escluso che all’interno della nostra domus de janas possano essere presenti altri elementi simbolici non più visibili a occhio nudo.
La Tomba di Mandras, straordinaria testimonianza dell’arte funeraria prenuragica, versa in uno stato di totale abbandono. Il monumento, aggredito dalla vegetazione, è attraversato da profonde fenditure, per cui la tomba è soggetta a costanti allagamenti. A causa dell’eccessiva umidità, le pareti dei diversi ambienti risultano deteriorate da muffe e concrezioni. Ciò rende indispensabile un progetto di restauro. I lavori dovranno riguardare innanzitutto microinterventi di pulizia esterna e il consolidamento delle fessurazioni diffuse, in modo da bloccare l’azione delle acque meteoriche. Successivamente dovrà avvenire il restauro delle pitture: un intervento davvero delicato e impegnativo. È chiaro che all’impresa dovranno concorrere vari soggetti. Da questo spazio messo a disposizione da Tottus in Pari, l’associazione Paleoworking Sardegna lancia un appello a difesa di questa inestimabile testimonianza del patrimonio sardo. 

(pubblicato sulla rivista nazionale “Archeologia Viva” N. 153-2012 mese: Maggio-Giugno). 

Cinzia Loi, Dottore in archeologia presso l’Università degli Studi di Sassari (Scuola di dottorato “Storia, Letterature e Culture del Mediterraneo” XXVIII Ciclo), ha partecipato a numerose campagne di scavo in Italia ed all’estero in collaborazione con Università ed Enti preposti alla tutela del patrimonio culturale. Il suo principale interesse è legato allo studio della cultura materiale; dal 2005 si occupa di archeologia sperimentale. E’autrice di numerose pubblicazioni relative alla regione storica del Barigadu (Sardegna centrale) ricca di importanti testimonianze di epoca preistorica e protostorica. Tira con l’arco preistorico ed è presidente dell’associazione Paleoworking Sardegna.

 



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