ph: Alessandro Columbu

di Sergio Portas

Salvatore Carvone, per il Progetto Giovani di Lingua e cultura sarda ha voluto far conoscere ai soci del  Circolo sardo di Milano il libro, presente l’autore, del suo amico Alessandro Columbu: “Segamentu de ancas” (Condaghes edit.). Salvatore è di Macomer, ha due occhi che paiono cocci di bottiglia e più si fanno notare ché i capelli, tagliati corti, sono neri che corvo d’inverno. Poco più che trentenne è qui a Milano dove segue alla “Cattolica” corsi che hanno a che fare con la comunicazione per le imprese, il liceo scientifico a casa, a Cagliari l’università: Lettere e Filosofia e, dopo un periodo di studi a Breslavia, una di quelle città di confine che la cosiddetta Storia ha dato in mano ora a tedeschi, ora a polacchi ora a boemi, (attualmente è la 4° città per abitanti della Polonia), la tesi di laurea in Linguistica sarda, sugli aspetti morfologici e fonetici di alcune varietà del Marghine. Si può sentirlo sull’onnipotente “Yuo Tube”, Salvatore, rispondere ad un’intervista in sardo dove spiega che, grazie alla mamma “fonnesa” ( di Fonni), il babbo “macumeresu” e la sua carriera di studente in quel di Cagliari, gli è consentito  spaziare sulla comprensione delle parlate dei paesi barbaricini e campidanesi. “E faeddas su sardu dae semper?”  “Su sardu l’appu sempre intesu da mamma e babbu…allo cristionare este un’altra cosa, ca in Macumere sos piccioccos non hanno mai cristionadu in sardu…”. Se il sardo si debba insegnare a scuola, in Sardegna, se chi lavora in un posto che ha a che fare col pubblico lo debba conoscere, quanto sia utile, intellettualmente, per i bimbi che crescono nel bilinguismo, e magari con un po’ di inglese e cinese, per lui sono cose ovvie. Anche perché questa è la “linea” del partito in cui milita: Progres Progetu Republica: indipendentisti.

Come Alessandro Columbu del resto, nuorese ma venuto su a Ollolai, di Progres è Responsabile politico Disterru, attualmente ricercatore di lingua e letteratura araba all’Università di Edimburgo. Nel 2010 era all’università di Damasco a imparare l’arabo, negli anni seguenti ha conseguito la laurea magistrale in Lingue e Culture dell’Asia e Dell’Africa  all’università di Bologna e, per la tesi di laurea ha usato 40 dei 63 racconti brevi del siriano Zakaria Tamer del suo “Breaking Knees” (tradotto in Inghilterra), in italiano “Rompere le ginocchia”, e li ha tradotti in sardo, usando la LSC, la lingua sarda comuna. Non che in Italia ci sia granché di letteratura araba, io stesso che mi definisco lettore onnivoro non ho in casa che qualche libro di Tharum Ben Jallud, “Col fucile del console d’Inghilterra” del libanese Amin Maalouf, e un paio dell’egiziano premio nobel Maghib Mafhuz (il suo “Vicolo del Mortaio”, un capolavoro), tutti a modo loro scrittori di romanzi, Zakaria Tamer è diverso, intanto perché usa quasi esclusivamente il racconto breve, poi per le problematiche che predilige. Questo, dice Columbu, si può definire come una raccolta di racconti erotici, da qui la scelta del titolo che rimanda ad un’attività sessuale così stancante da rompere le ginocchia di chi la pratica, c’è di più: la traduzione sarda sconta l’ambiguità del modo di dire. L’analogo campidanese, riferito ad esempio a chi reiteratamente si mette in atteggiamento scocciate, è leggermente più sconcia: segamentu ‘e cù. Largamente usato nel parlare familiare d’uso quotidiano senza che nessuno se ne scandalizzi più che tanto. In italiano suona più “forte”: “mi hai stancato col tuo atteggiamento, mi stai rompendo le ginocchia… a Guspini: mi stai rompendo il…sedere” ( giusto per usare un eufemismo). E’ così che funzionano le lingue,  da qui l’impossibilità della traduzione “perfetta”. La passione per le lingue, continua Columbu, ce l’ho da sempre, per l’arabo occorre scontare un apprendimento lento, che può essere anche frustrante. Bisogna studiarlo in maniera intensiva. In Sardegna il mondo delle traduzioni è in crescita. Lo standard grafico adottato dalla Regione impone delle regole di scrittura. Usare la varietà locale sarebbe stato al limite del folcloristico, sopratutto per i verbi. Di Tamer mi sono innamorato a Damasco, per i valori trasgressivi che trasmette, gli argomenti tabù, il suo saper sfidare l’ipocrisia. Il libro è divertente. Di stupro non si parla mai. Il libro non è ufficialmente bandito, ma non arriva mai nelle case dei lettori. Altro tratto di originalità dell’autore è quel suo saper parlare per metafore, usando toni leggeri anche quando tratta di tematiche che sfidano il dramma.  Zakaria Tamer è oggi un signore che ha passato gli ottanta anni di età, viene dalla classe operaia, è andato a scuola solo fino ai dodici anni, poi a lavorare in officina. Dal 1957 ha pubblicato 11 antologie di racconti brevi, libri per bambini e articoli satirici. Per me, ha detto in una intervista, il racconto breve è come un coltello: un cattivo scrittore lo usa per pelare patate, mentre un bravo scrittore lo usa per uccidere una tigre. Vale la pena di riportarne uno brevissimo, titolo: la nostra nazione. “ C’è una nazione che ha lasciato gli storici frastornati. Ogni volta che uno dei suoi governanti si convince che occuperà il trono per sempre, questi prende il volo, dal suo palazzo alla tomba, un volo simile a quello di aquile e falchi, e al suo funerale nessuno prenderà parte, se non il suo invidiato assassino”. Capite bene che questo tipo di scrittura non può proprio piacere ai potenti di turno. Tamer dovette lasciare la sua amata Siria quando, in uno dei suoi racconti, osò riesumare la figura del poeta ( nonché astronomo e matematico) persiano medievale Omar Khayyam, le cui spoglie, scrisse, vennero riesumate perché l’illustre personaggio potesse essere processato, in quanto nelle sue celebri quartine non faceva che esaltare il buon vivere consistente nel poter disporre di vino in grande quantità, tenendo costantemente conto della brevità della vita. E dubitando che ne potesse esistere un’altra nell’aldilà. Pura blasfemia per taluni, un peccato che anche nell’odierno Iran ti manda a processo e, come pure per il Pakistan,ti fa  rischiare la pena capitale. Qualcuno chiede a Columbu cosa pensi della situazione attuale siriana. “E’ un tema politico all’ennesima potenza, risponde, non si può fare altro che aiutare a che ne muoiano di meno”. Zakaria Tamer non ha dubbi, scrive su “Facebook” che “ L’esercito arabo siriano è il primo pericolo per la Siria, e il pericolo numero due è il presidente”. La “guerra civile” siriana è scoppiata nel 2011, a seguito delle “ primavere arabe”, tutte, quale più quale meno, soffocate nel sangue di civili innocenti. L’Isis, col suo richiamo a tutti i credenti mussulmani per l’edificazione di una nazione che si reggesse sulla sharia, non ha fatto che complicare il quadro politico di per sé già sfaccettato. “ I ribelli” foraggiati da Qatar e Arabia Saudita, visto che il presidente siriano Bashar al-Assad si regge su una minoranza Alawita (sciita), e quindi aiutato da truppe iraniane e dagli Hezbollah ( Partito di Dio) sciiti libanesi, poi sono arrivati i russi di Putin a dargli una mano, mentre gli americani fanno combattere a posto loro i Curdi, che vengono bombardati dai turchi di Erdogan. Risultato: una carneficina di centinaia di migliaia di persone, una guerra di cui non si vede la fine, quattro milioni di siriani che si sono spostati dalle loro case. Alcuni sono riusciti a venire in Europa seguendo la oramai chiusa “rotta balcanica”, un milione ne ha accolto Angela Merkel, e ci ha quasi perso le elezioni. Il resto del mondo, noi compresi, guarda il tutto in televisione. I “paesi occidentali”, noi compresi, vendono armi a tutti e incrementano il Pil. Mentre lo sfasciume medio orientale continua indisturbato in Catalogna una maggioranza indipendentista ( e repubblicana) tenta di darsi un nuovo governo, mentre alcuni degli eletti sono nelle carceri spagnole. Pare che un fronte ampio indipendentista si presenti anche nelle elezioni in Sardegna. Non so se ci sarà anche ProGres che, sulla lingua sarda ha opinioni condivisibili: intanto, dice Columbu, è necessaria una presa d’atto del fatto che l’italiano è oggigiorno la lingua madre di moltissimi sardi, è la lingua dell’istruzione ed è molto spesso la lingua di socializzazione tra sardi di diverse parti della Sardegna. Si tratta, peraltro, di una lingua tra le più prestigiose al mondo. Per questo il nostro documento di politica linguistica considera l’italiano come una lingua dei sardi alla pari del sardo, del gallurese, del tabarchino e dell’algherese. Questo libro è tradotto in Limba Sarda Comuna , confesso che per quanto mi riguarda ( io sono di cultura campidanese) l’ho trovato di ostica lettura, i racconti mi sono risultati oscuri, giusto il n° 6 dove tale Lamah aveva il vizio di mettersi in bocca tutto quello che le passava per le mani, cosa per cui la madre la sgridava spesso, anche perché stava per sposarsi. “A pustis cojuada però, Lamah at iscobertu chi sa mama fiat tontiana e che su consìgiu suo fiat isballiadu ca su chi costumaiat a fàghere chene birgòngia fiat cosa connotta, agredèssida e pretzisa.” (pag.13) mi risulta chiarissimo. Bachisio Bandinu, lo scrittore e antropologo bittese, che scrive la prefazione dice giustamente che “ S’abilesa de Zakaria Tamer mustrat cumente si podet faeddare de un’ argumentu proibidu cun unu tratu de pinna chi ischit presentare s’iscena, pighende.la dae largu e narende sa cosa chene l’afirmare tropu, cumente chi siat contende una faula.” In fine rende merito ad Alessandro Columbu che, a suo dire, è riuscito a fare una scelta di parole, le più adatte, per la traduzione dei racconti, è rimasto “ispantadu” per la ricchezza del suo vocabolario, : “…ma b’at puru un’abilesa in su pònnere a pare sas paràulas a cumbenia giusta de s’arresonu currente.Dae cue naschet su gèniu de su lìberu e pro cussu li torramus gràtzias pro su donu chi nos at fatu”.



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