di Fiorenzo Caterini

Si corre nel buio e nel ghiaccio per giorni, con temperature che variano tra i 30 e i 50 gradi sottozero. É la Yukon Artic Ultra, considerata in assoluto una della gare di corsa estreme più dure del mondo. Quasi 500 chilometri in autosufficienza, nelle foreste canadesi ai confini con l’Alaska, con una slitta pesante 30 chili con tutto l’occorrente per vivere, trainata a forza di gambe, nella neve.

Roberto Zanda è da anni “Massiccione”, per gli amici. 60 anni all’anagrafe, fisico erculeo ma soprattutto caparbietà e ostinazione nel portare al termine le sue imprese altre ogni limite umanamente sopportabile.
Con l’immancabile bandierina dei 4 mori piantata sulla slitta, Massiccione affronta gli ultimi 100 chilometri di una edizione che si rivelerà la più massacrante in assoluto tra 14 finora disputate, soprattutto per le basse temperature, costantemente vicine ai 50 gradi sottozero.

Uno ad uno, tutti gli avversari cedono all’ipotermia e alla fatica, vengono fermati dalla direzione medica o si ritirano per stanchezza o infortunio. Dei 22 partecipanti, atleti esperti provenienti da ogni parte del mondo, dopo cinque giorni di fatiche estenuanti, ne restano in gara solo tre.

Un serbo di 27 anni è in testa alla gara. Ma Roberto è in rimonta, insieme ad un altro atleta, del Sudafrica. E’ una gara che si corre con le gambe ma ancora di più con la testa. L’imperativo non è solo correre, ma soprattutto riposarsi il meno possibile, dormire poco, pochissimo, sconfiggere la paura delle ombre, del buio che concede alla luce solo 4 ore giornaliere, delle bestie feroci, lupi e orsi, che con quelle ombre notturne si confondono. Il giovane serbo crolla, e restano Roberto insieme al Sudafricano, a giocarsi la vittoria, in condizioni disumane.

C’è un punto di controllo e di ristoro, e Roberto si ferma il tanto che basta per ripartire alla caccia del primo posto.
Forse il gelo, però, durante la breve pausa, è entrato a contatto con il sudore che si è formato dentro i capi tecnici. Roberto, preso dall’idea di una vittoria così prestigiosa da regalare alla sua terra, alla Sardegna, non ci fa tanto caso. Ma una strana sensazione, uno strano torpore, inizia ad avvolgerlo.

E’ l’inizio dell’ipotermia. L’organismo, già provato dalla denutrizione, dalla fatica, dalla mancanza di sonno, inizia a perdere gradi di temperatura. Da 37 gradi, la temperatura scende progressivamente. Sotto i 32 gradi, la mente perde l’orientamento, il senso della presenza, e i fili della logica non si riannodano più tra loro. Roberto non trova il cartello dell’organizzazione, torna indietro, passa e ripassa, ma non lo vede. La confusione si impadronisce di lui, molla la slitta, e inizia a girare in tondo, nella foresta, fino a quando nel buio scorge un bagliore. Roberto pensa di essere arrivato ad una casa, forse un punto di ristoro, così da rifocillarsi per bene, curarsi e forse chissà, ripartire. Ma è un inganno della mente. Inciampa e cade diverse volte, e la neve si infila dappertutto, nei guanti, negli scarponi.

Non è una lotta pari, quella con il gelo. Perché Roberto non è più lui. Il gelo ha preso possesso del suo corpo, della sua mente, della sua anima, e gli fa fare quello che vuole. Si toglie guanti e scarponi pieni di neve, forse per scuoterli, ma poi non riesce più a infilarseli, perché le estremità sono diventate, ormai, dei pezzi di ghiaccio.

Nella foresta, nel buio di pensieri oscuri, nella solitudine assoluta, Roberto sente che è giunto il suo momento. E’ giunta l’ora di arrendersi, di ammettere che le battaglie, anche le più dure, anche quelle della vita, si possono perdere. Roberto parla con le ombre, invoca ospedali e ambulanze, e inizia a vagare nottetempo nella foresta. Ma l’ospedale non ha tutti questi tronchi d’albero, queste rocce che affiorano impedendo il cammino, facendolo inciampare in continuazione. Roberto cade e si rialza nella neve gelida, suo unico ristoro alla sete che ormai si è impadronita di lui.

E’ giunta l’ora di lasciarsi andare al torpore del gelo, che avvolge il corpo come un sonno ristoratore, impedendo ormai al dolore di penetrare le membra. Nel delirio, appoggiato ad un albero, Roberto saluta, nella sua mente, gli affetti più cari, per l’ultima volta.

Non lasciatemi solo. Roberto è ora un bambino, piccolo, ultimo di nove figli, cresciuto in un quartiere cagliaritano negli anni ‘60, tra teppismo e povertà. La famiglia non ce la può fare, e Roberto resta solo, in un collegio. Non lasciatemi qui, non lasciatemi solo, gridò il bambino. Roberto si scuote per un attimo dal delirio, sull’orlo del baratro.

Me lo devi, mio Signore. Non puoi farmi morire. Per troppo tempo mi hai abbandonato, e ora me lo devi. All’invocazione Roberto unisce la sua proverbiale ostinazione di sardo. “E’ stata la determinazione dei sardi a farmi arrivare al traguardo della vita” dirà poi. Riprende a camminare, inciampando e cadendo, perché ormai non ha più la sensibilità degli arti inferiori, e resiste fino all’alba, senza guanti e senza scarponi, a meno 50 gradi sottozero.

È l’alba. 17 ore, 17 lunghissime ore, sono passate da quando Roberto è andato disperso. Poi vede la motoslitta. L’uomo dei soccorsi con la motoslitta si volta al richiamo, lo vede, esita un po’… forse non crede a quello che vede, un uomo barcollante, senza scarpe e senza guanti, tra i ghiacci. Torna indietro, e l’uomo dei soccorsi resta senza parole, esterrefatto da quella scena drammatica. My God… giunge l’elicottero a soccorrere l’uomo con congelamento agli arti del quarto grado, il più grave nella scala delle gradazioni.
A quel punto l’organizzazione, a quanto riferito dalle fonti, interrompe la gara. Era rimasto solo l’atleta sudafricano, in condizioni critiche, a quanto pare.

Roberto è in uno ospedale canadese, amorevolmente curato. La funzionalità di tutti gli arti è compromessa e l’amputazione, al momento, appare inevitabile. Roberto dopo le prime cure canadesi viene trasferito ad Aosta, dove si trova il centro specializzato più importante del mondo. Si fa il possibile per ridurre al minimo gli effetti del congelamento. Un altro sarebbe certamente morto, sussurrano i medici.

Il ronzio delle polemiche passa un po’ sopra la testa dell’atleta. Ritardi nei soccorsi, gara che date le condizioni climatiche proibitive andava forse ragionevolmente fermata, una maggiore cura nel controllare i 3 atleti superstiti. Anche Roberto, che già un’altra volta, nel deserto del Sahara, qualche anno fa, aveva rischiato di morire di peritonite, non viene risparmiato da qualche polemica. Nell’età in cui la maggior parte delle persone danno da mangiare ai piccioni nei parchi, Roberto corre le ultra maratone, rischiando pure di vincerle. E magari, qualcuno suggerisce, certe sfacchinate sarebbe meglio lasciarle ai più giovani.
Roberto non è uno spavaldo, non è un incosciente, non è un mitomane. Chi conosce Roberto, sa quello che fa per il mondo dello sport. Ad esempio, quante gare abbia organizzato per i bambini, e quanto forte sia in lui la consapevolezza dell’importanza dello sport per “togliere i giovani dalla strada”. A loro non è dato, certamente, di rischiare la vita in imprese estreme, ma solo di inseguire nello sport i giusti valori della vita, ed evitare, appunto, quella cattiva strada. Che forse una volta era il teppismo, le cattive amicizie, la droga. Oggi, paradossalmente, è il rischio opposto, quello della ipomotricità, del soffocare nelle spire di ambienti viziosi e demotivanti, di marcire in un divano con un ingannevole dispositivo “multitasking” in mano.
Roberto è semplicemente un uomo che ha la passione per il limite.

Lo so che la retorica del limite può apparire piuttosto banale. Ed è giusto, anche se può apparire scontato, sostenere che se non ci fossero quelli come lui, l’umanità sarebbe ancora all’età della pietra. Ma in realtà le persone come Roberto non fanno altro che fornire una rappresentazione, estrema ed evidente, della sfida che ciascuno di noi, nel suo piccolo, combatte giornalmente. Non si tratta solo delle grandi sfide, come può essere partorire, allevare figli, sconfiggere una grave malattia. Si tratta anche di quelle tensioni, di quegli scoramenti quotidiani che ci portano ad invocare la determinazione e la necessità. Ogni giorno siamo come la gazzella della pubblicità, impegnata a correre più velocemente, a causa di una bolletta da pagare di troppo o di un rapporto di lavoro critico, di una incomprensione familiare incancrenita o di una tensione condominiale. Ogni giorno, tutti i giorni, ci confrontiamo con quel confine, l’esplorazione del quale ci impegnerà per tutta la vita. Ecco, Roberto Massiccione Tanda è, semplicemente, un professionista del limite, uno che esplora l’ignoto per professione e che ci rappresenta, sotto un certo punto di vista, come esempio.
Poco male, ironizza Massiccione dal letto del suo ospedale, facendo sapere di aver risolto il problema della puzza dei piedi. E che girare la bistecca con un bell’uncino è più comodo.

Massiccione scherza, non si arrende, nonostante il brutto momento, e l’incubo che sta vivendo. Non è nella sua natura abbattersi. Perché i limiti sono fatti apposta per essere superati.

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