ph: Elena Pontiggia

di Paolo Curreli

La consacrazione definitiva di Maria Lai, (nata ad Ulassai il 27 settembre 1919 e morta a Cardedu il 16 aprile 2013) come una delle figure più importanti degli ultimi decenni nel panorama dell’arte internazionale, ha luogo in uno dei posti storici dell’arte occidentale: le Gallerie degli Uffizi presentano a Palazzo Pitti due mostre dedicate alle donne artiste. Momento importante dopo le esposizioni, a un anno dalla scomparsa dell’artista al Man di Nuoro e l’anno scorso alla Biennale di Venezia e Documenta ad Atene e Kassel. «Accenderemo i riflettori sulla pittrice del Seicento Elisabetta Siriani e sulla scultrice sarda Maria Lai – ha dichiarato il direttore degli Uffizi Eike Schmidt –, la cui opera si riferisce anche a processi e materiali tessili legati alla “fiber art”». Curatrice della mostra nell’Andito degli Angiolini di Palazzo Pitti, visitabile fino al 3 giugno – dal titolo “Maria Lai. Dal filo all’infinito” – Elena Pontiggia, figura di primo piano della storia e della critica d’arte, autrice dell’imponente e definitiva monografia “Maria Lai. Arte e relazione” (edizioni Ilisso, 2017).

Dottoressa Pontiggia cosa racconta questa esposizione? «La mostra considera l’opera di Maria Lai muovendo da “Legarsi alla montagna”, un’opera del 1981 all’epoca capita da pochi, ma che fu un vero caposaldo dell’arte contemporanea. È la prima espressione in Italia di una “estetica della relazione”, come l’ha chiamata il filosofo francese Nicholas Bourriaud, cioè di un’arte che non si esprime con la produzione di oggetti, quadri o sculture, ma piuttosto con la creazione di relazioni tra le persone. È questo il filo conduttore della mostra, che, pur seguendo cronologicamente la ricerca dell’artista, non è una mostra antologica. Gli spazi molto belli e prestigiosi che ci sono stati concessi, l’Andito degli Angiolini a Palazzo Pitti, sono perfetti per accogliere il tema del filo e della tessitura nell’opera di Maria Lai, ma sarebbe stato impossibile rappresentare lì il suo lavoro, così fecondo, in tutta la sua interezza. Sarebbe occorso uno spazio immenso».
Il legame con la giornata internazionale della donna? «È un’idea coinvolgente del direttore degli Uffizi Eike Schmidt, a cui si deve la decisione stessa della mostra. Già dall’anno scorso aveva scelto di celebrare la ricorrenza dell’Otto marzo con due esposizioni di artiste. Per altro Maria Lai dovette affrontare, come tutte le donne dell’epoca, la scarsa considerazione se non l’ostilità del mondo artistico. L’arte era allora considerata un universo maschile, si pensava che le donne fossero destinate al massimo a lavori decorativi, a passatempi salottieri. Erano considerate incapaci di vera arte».

La vita difficile e controcorrente dell’artista come hanno influito nella sua opera? «La biografia di Maria Lai, le sue esperienze di vita, hanno segnato profondamente la sua opera. A partire dalla coraggiosa scelta di lasciare la Sardegna per andare a studiare a Roma. “Il più grande gesto d’amore di mio padre” affermava lei stessa, raccontando del permesso che il padre le accordò nel 1939 di varcare il mare e iscriversi al Liceo artistico romano di via Ripetta. Da quel momento la sua vita fu una ricerca continua, ma in realtà già nei primi anni trenta aveva iniziato a dedicarsi all’arte».

Il grande pubblico associa la sua opera con i fili, le sculture di pane, in pochi conoscono le sue opere più tradizionali? «Maria Lai ha avuto una formazione ricca e articolata. Fu prima allieva a Roma dello scultore Marino Mazzacurati. Poi la guerra, nel 1943, le impedisce di tornare in Sardegna e allora, anche su consiglio del padre, si reca da alcuni suoi parenti a Verona, e da lì si iscrive nella non lontana Accademia di Venezia. Qui segue le lezioni di Arturo Martini, che in quel momento le indica le strade dello sperimentalismo. L’idea della scultura come ombra e vuoto è un’intuizione su cui Maria rifletterà molto in seguito, alla fine degli anni ’60 e negli anni ’70. Tuttavia l’opera di Maria Lai non è solo concettuale e racchiude anche una dimensione classica che si esprime soprattutto nei disegni e nelle sculture degli anni quaranta e cinquanta. Sempre, sia nelle opere “tradizionali” che in quelle d’avanguardia, esprime una profonda forza poetica».

Esiste una dimensione “femminile” in questa concezione? «Per Maria Lai l’arte andava oltre le differenze di genere. Per lei erano importanti le sue radici: aver visto le donne di casa preparare il pane, per esempio, è stata una profonda fonte di ispirazione. Come vedere la nonna ricamare o cucire le lenzuola, perché in quei percorsi del filo vedeva immagini, figure e racconti».

Allora l’universo domestico e arcaico sardo? «Maria Lai è un’artista insieme sarda e internazionale, e il suo rapporto con la Sardegna è sempre stato fondamentale. L’isola non è solo un luogo meraviglioso ma una grande civiltà, che lei interpreta nel modo più intenso. E’ proprio la meditazione sulle tradizioni popolari e artigianali della Sardegna che dà alla sua opera concettuale quel particolare calore, quella particolare vitalità che la contraddistingue. “Ho dietro di me millenni di telai, di pani delle feste” diceva lei stessa. I suoi telai, i suoi pani, le sue tele cucite, i suoi libri d’artista si ispirano a quella tradizione, ma poi diventano capaci di esprimere un’idea della vita».

L’azione stessa oltre che il prodotto? «L’arte di Maria Lai è un’arte della relazione. Studiando la sua opera mi è tornata in mente una frase di Spinoza: “La cosa di cui l’uomo ha più bisogno è l’uomo stesso”. La relazione tra gli uomini e con la natura è al centro della riflessione di Maria, non in un senso buonista, ma filosofico. Maria, del resto, ha vissuto esperienze tragiche come la guerra o la morte violenta del fratello. Non aveva una visione ingenua dell’umanità. Ha però saputo superare la dimensione del negativo ed esprimere l’esigenza di una relazione tra uomo e uomo e tra uomo e natura nel modo più intenso e poetico».

Dopo gli Uffizi l’opera di Maria Lai attraverserà l’oceano per arrivare negli Usa? «Presto si terranno mostre importanti del suo lavoro in America. Non è un caso che l’Ilisso abbia tradotto la monografia su Maria Lai in inglese. E, quando si dice i casi della vita, la traduzione è stata affidata a Roberto Bertagnin, che è nipote di Arturo Martini e vive a New York. Insomma, il cerchio si chiude».

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